Quella sera dorata

Quella sera dorata

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Un giovane studioso entra in contatto con la famiglia di uno scrittore suicida

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Per ottenere una borsa di studio, un dottorando, Omar Razaghi, deve scrivere la biografia di Jules Gund, autore latinoamericano morto suicida dopo la pubblicazione di un unico libro: avendo ricevuto un rifiuto dagli eredi dello scrittore, Omar decide di raggiungerli in Uruguay, nel tentativo di convincerli a concedere la loro approvazione. La descrizione della famiglia Gund, che ha inizio con l’incontro-scontro con Omar, è il vero fulcro della storia, e come tale è diluita lungo tutto il corso del film. C’è Caroline, la vedova dello scrittore; Arden e Portia, rispettivamente l’amante e la figlia; Adam, il fratello; Pete, il compagno di Adam. I personaggi sono accomunati dalla loro condizione di “prigionieri”: prigionieri della grande casa che hanno ereditato e che faticano a mantenere, prigionieri delle relazioni che si sono create tra di loro, prigionieri dei propri rimpianti. I Gund vivono nel passato, determinati da un’assenza che assume per loro le forme di una presenza ingombrante e addirittura li tiene fisicamente bloccati in un luogo isolato da tutti, quasi senza tempo. L’arrivo di Omar fa emergere ambizioni sopite e tormenti interiori, ed egli stesso, nel confronto con i cinque (con Arden in particolare), è portato a mettersi in discussione rispetto al proprio futuro. ,A quattro anni di distanza da La contessa bianca, che aveva ricevuto una tiepida accoglienza soprattutto da parte della critica, James Ivory torna alla regia: lo fa con il riadattamento di un romanzo di Peter Cameron, il cui titolo originale è The city of your final destination. Il regista per la prima volta è costretto a fare a meno della storica collaborazione (durata più di quarant’anni) col produttore e compagno Ismail Merchant, scomparso nel 2005, ma in compenso si avvale nuovamente di quella altrettanto consolidata con la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala. Di Ivory ritroviamo lo stile raffinato, lo sguardo malinconico, che si riflette anche nelle musiche (bellissima la colonna sonora), e questioni come il desiderio di libertà, che non trova compimento in una realtà opprimente, le passioni represse e il rapporto conflittuale tra la propria identità e un ruolo imposto da altri. L’incontro tra culture, che rivela il gusto del regista per l’esotismo, è visto soprattutto come incontro tra individualità (e solitudini), e si interseca con il tema del viaggio: i personaggi sono tutti in qualche modo viaggiatori che sembrano non avere una patria precisa, e si lasciano trasportare inerti dalle vicende della vita, come cullati dalle acque del mare. Non è un caso, infatti, che la gondola, simbolo del destino, costituisca un fil rouge nella storia, nonché il titolo dell’unico libro scritto da Jules Gund. Il senso di passiva e malinconica accettazione degli eventi è percepito da chi guarda grazie alla sceneggiatura lineare, dai ritmi misurati (fatta eccezione per il finale, che rappresenta una svolta forse un po’ affrettata) ma non pesanti: insieme ad Omar, lo spettatore si fa largo in punta di piedi tra i personaggi ed è gentilmente trasportato verso la conoscenza delle loro esistenze. ,Eccezionale il cast: bravissima soprattutto Laura Linney, nella parte di Caroline Gund.,

Maria Triberti

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