Quel giorno d’estate

Quel giorno d’estate

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Un giovane, dalla vita precaria sotto tutti i punti di vista, deve prendersi la responsabilità della piccola nipote

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David è giovane, vive a Parigi, è simpatico e un po’ goffo, nonché un precario esistenziale: passa da un lavoretto all’altro, in attesa di impegni più seri e duraturi, e vede spesso la sorella Sandrine (divorziata) e la sua adorata nipotina Amanda. Una piccola svolta sembra l’incontro con una bella ragazza. Tutto sembra andare per il meglio, quando all’improvviso  la vita di David è sconvolta dalla tragica uccisione della sorella, durante un attacco terroristico nel cuore della capitale. Oltre a dover affrontare il dolore della perdita, David dovrà prendersi cura della piccola nipote. Che gli fa domande impegnative, e lo costringe a una serietà sconosciuta: a diventare adulto.

Passato alla Mostra di Venezia 2018 nella sezione Orizzonti, il film diretto dal francese Mikhael Hers in originale si intitola semplicemente Amanda, più semplice dell’enfatico titolo italiano. E mette al centro questa piccola, stupenda bambina che strappa il cuore. La narrazione è nettamente divisa in due parti, e la svolta tragica viene gestita con apparente distacco dall’autore. Lo scopo è far “sentire”, quasi sulla pelle, l’indicibile: ovvero una vita spazzata via all’improvviso, e un’altra che passa in un istante dalla leggerezza più totale al dramma più fosco: da lì il film diventa un’altra cosa, una riflessione sul lutto e sulla necessità di crescere (a 24 anni si può essere ancora immaturi) e di prendersi responsabilità che la vita impone. Soprattutto quando c’è di mezzo una bambina di soli 7 anni (bravissima la piccola interprete, Isaure Multrier).

In Francia il film ha toccato corde sensibili, i nervi ancora scoperti degli attentati di questi anni, dal Bataclan a Nizza, con le loro scie di morti e di sgomento privato e collettivo. Quel giorno d’estate, per rendere tutto ciò, prova strade non scontate. Non tutto convince; ci sono anche altri personaggi che non prendono davvero consistenza, e il tono “compresso” a tratti è, per evitare la retorica, fin troppo minimalista. Ma gli attori sono notevoli e ci fanno entrare nel loro dolore: su tutti, oltre alla piccola Amanda/Isaure, Stacy Martin (nei panni di Lena), già apprezzata in Il mio Godard, mentre il pur bravo Vincent Lacoste convince di più nella prima parte divertente che in quella più drammatica ma si fa comunque apprezzare. Come questo film, non perfetto ma comunque serio e onesto (anche per come propone una Parigi ovviamente dimessa, quotidiana) e con vari momenti toccanti. Tra cui il bel finale che riapre lo spettatore a un’indomabile speranza che nessuna violenza può spegnere.

Antonio Autieri