Quasi nemici – L’importante è avere ragione

Quasi nemici – L’importante è avere ragione

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Una ragazza magrebina, cresciuta nella banlieu parigina, sogna di diventare avvocato. Ma si scontra fin dal primo giorno con un celebre professore universitario, dai modi discutibili

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Il professor Pierre Mazard, rigido (o rigoroso?) e maniacalmente attento alle forme, sta tenendo lezione all’università il prestigioso ateneo di Panthéon-Assas a Parigi. Quando la giovane Neïla Salah entra in aula, palesemente in ritardo, prima la redarguisce, poi si scatena con il suo odioso sarcasmo (sul suo abbigliamento, sulle sue origini straniere e il conseguente vittimismo), che suscitano contestazioni rumorose sul razzismo del docente. Per Neïla, cresciuta nella multietnica banlieu parigina, il sogno di diventare avvocato sembra bloccarsi sul nascere. Ma anche il professore se la vede male: le proteste possono portare a provvedimenti disciplinari. Per evitare grane, il preside dell’università lo costringe a dare lezioni alla ragazza per l’imminente concorso di eloquenza (anche per togliere «l’etichetta di destra» all’ateneo). Ma possono collaborare due persone così diverse, lui cinico e intransigente, lei insofferente alle forme? Ma poi, sono davvero così diversi? In ogni caso gli ostacoli sono tanti, a partire dai rispettivi pregiudizi.
Il professor Mazard, autore dell’infelice performance che apre il film, in realtà non è un razzista: lui, sicuramente provocatorio e politicamente scorretto, ce l’ha con «i giovani maleducati», contro pressapochismi e luoghi comuni, contro mode e conformismi. Ma poi è pronto a ribaltare ogni assunto in virtù della sua arte retorica, che dovrà insegnare alla giovane studentessa. La parola diventa strumento di ragione ma anche di possibile manipolazione: inizialmente Neïla parla per frasi fatte anche su concetti giusti (il rifiuto della pena di morte), Mazard le vuole insegnare a smontare le tesi altrui e far prevalere le proprie. Per argomentare le proprie ragioni, non per amor di verità… Ma al di là di tecniche e strategie, pian piano Mazard sembra davvero interessato a tirar fuori un talento da quel diamante grezzo ma evidentemente già brillante; e di cui sa riconoscere il potenziale. Anche se gli scontri sono sempre possibili tra loro due, anche quando le cose inizieranno a funzionare e le vittorie al concorso (scontri a due, in un torneo a eliminazione diretta) fioccare numerose.
Quasi nemici, titolo adattato dall’originale Le brio per cercare di ripercorrere il modello – non lontanissimo, in effetti – del fortunato Quasi amici, ha tanti pregi e punti di forza: l’esaltazione del valore della parola e delle capacità di utilizzarle in modo consapevole e colto; la valorizzazione del talento, arma anche di crescita e riscatto sociale; lo scontro di due pregiudizi che, con fatica, si sciolgono; due protagonisti bravissimi come l’esperto Daniel Auteuil e la giovane ma già lanciata Camélia Jordana (vincitrice, per questo film, del premio César come migliore promessa femminile dell’anno, e che già apprezzammo in Due sotto il burqa), ben diretti dal regista Yvan Attal, che nasce attore e sa dirigere i suoi “colleghi”. Certo, nel passaggio dalla versione originale a quella doppiata si perde un po’ il lavoro sulla parola e sull’eloquenza: un po’ per l’utilizzo di parole non sempre corrispondenti, ma soprattutto perché nell’arte oratoria ogni tono di voce è fondamentale: e i due protagonisti hanno un modo di parlare molto caratterizzato (Auteuil apparentemente pacato ma per risultare ancora più pungente e talvolta sprezzante; Jordana con la parlantina rapida e spesso travolgente; senza contare quando esplode in risate argentine e contagiose…), difficile da riprodurre. Ma il doppiaggio ha fatto i salti mortali per non tradire troppo l’originale.
Il film peraltro, pur riproponendo appunto il meccanismo alla “quasi amici” o “strana coppia” tipico del cinema a ogni latitudine, ha anche il merito di non accontentarsi e di proporre non solo quelle che potrebbero sembrare varianti e divagazioni, ma approfondimenti arguti e a tratti capaci di suscitare emozioni sincere. Anche Neïla ha i suoi pregiudizi, non solo contro il professore, ma anche verso un ragazzo per cui pure prova qualcosa; e correggere il suo modo di parlare non può non risultare fastidioso come i modi del docente. Eppure, fra loro come tra la ragazza e il professore, nel mare di parole spese sovente per dimostrare quanto si è più abili e intelligenti dell’altro, in certe fondamentali occasioni serve trovare formule semplici ma altrettanto importanti. Pescandole da quella risorsa altrettanto imprescindibile rispetto alla mente, che è il cuore: e un semplice ma accorato “grazie” scioglie ogni difesa. Magari il finale accumula svolte prevedibili (ma neanche troppo), e riconferma il predominio di parole astutamente usate. Ma senza cancellare l’impressione precedente: che la crescita di una ragazza che cerca il suo posto nel mondo passerà sì dal sapiente uso delle parole, ma nella consapevolezza che non di pura “tecnica” si tratterà. Bensì di imparare da un maestro, per quanto ruvido, cui essere grata.

Antonio Autieri