Quando un padre

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Un uomo completamente dedito al lavoro va in crisi e cambia le sue priorità quando il figlio si ammala gravemente

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Dane Jensen è un uomo sicuro di sé, capace nel suo lavoro, senza scrupoli. Di mestiere fa il “cacciatore di teste”, ovvero trova lavoratori con qualifiche medio-alte per aziende che pagano poi profumate commissioni. Di per sé sembra un lavoro nobile: infatti il figlio più grande, Ryan, dice a tutti che il padre «trova lavoro ad altri papà». Ma Dane, che ha un capo ancora più senza scrupoli di lui, lo fa per il successo, per i soldi, anche per l’adrenalina che gli dà raggiungere e superare gli obiettivi mensili. E non lesinando mezzi alquanto spregiudicati, se non spregevoli: come “usare” un ingegnere alle soglie dei 60 anni, disoccupato,  come “esca” per piazzare poi persone più giovani; o diffamare un lavoratore scelto al posto del proprio candidato. Quando poi il capo – che ha voglia di godersi la vita dopo aver lavorato troppo – lo mette in concorrenza con una collega per il massimo posto dirigenziale in azienda, la lotta diventa senza esclusione di colpi bassi. Anche quando è in famiglia, in realtà con la testa è al lavoro: con i tre figli Dane ci sta poco ed è spesso insofferente, con la moglie (molto comprensiva) è pieno di pretese. Ma quando Ryan si ammalerà, per lui e per la moglie inizia un inferno di paura e di dolore. E le priorità di Dane cambieranno drasticamente. Come fare però con un lavoro che non gli lascia tregua?

Il film diretto da Mark Williams, produttore qui al debutto alla regia, non presenta troppe sorprese: la storia è un “drammone” che mescola il tema del lavoro e dello stress da successo con quello della famiglia e della malattia del figlio; quest’ultimo, con il rischio – inevitabile – di essere ricattatorio. Gerard Butler, poi, nei panni di Dane è efficace e scontato al tempo stesso: gli vengono bene le parti da uomo con un alto senso di sé (fino a risultare irritante) cui la vita costringe ad abbassare le penne, ma è un profilo umano che si è visto mille volte; e che Butler stesso ha già incarnato (Dane ricorda a tratti un altro suo personaggio, quello di un film diretto da Gabriele Muccino negli Usa ovvero Quello che so dell’amore). Quando un padre è comunque un prodotto – pur con molti limiti – che può piacere e anche intenerire un pubblico semplice ma non ottuso, perché maneggia aspetti reali della vita, pur se in certi passaggi si desidererebbe maggior finezza. Dane pensa solo al lavoro, e lo fa per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia non pensando che moglie (fin troppo flemmatica di fronte alle sue scenate) e figli preferirebbero stare con lui; ma incarna bene l’uomo americano inserito in una società che non fa sconti a nessuno. Il rapporto a distanza con l’ingegnere disoccupato – la figura più interessante: che bello il suo rapporto con la moglie… – regala alcuni momenti di verità, soprattutto nel finale. E ovviamente la malattia di Ryan mette alle strette i due genitori e anche lo spettatore (come si fa a non soffrire di fronte a un bambino con la leucemia?), ma senza esagerare.

Quanto alla spregiudicatezza del cacciatore di teste prima della “redenzione”, c’è da dire che alcune bassezze e trucchi per piazzare un lavoratore a scapito di altri, suscitano per un istante una involontaria ammirazione per l’astuzia diabolica messa in campo. Come quando si finge un agente FBI per rovinare la reputazione a un poveretto… Sicuramente più positivi, e interessanti, altri momenti. Come il modo con cui Ryan guarda il padre, ne parla agli altri (ma come si scoprirà alla fine), certe sue domande impegnative: «Papà, ma tu credi in Dio?». «Dipende da come va il mese…», la risposta del padre dedito solo al lavoro, prima che la tempesta lo travolga.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...