Quando la notte

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Una giovane madre in crisi conosce un uomo abbandonato dalla moglie

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Marina è una giovane madre in difficoltà con la maternità e con la vita. In vacanza, d’estate, in montagna con il figlio di due anni, in un posto isolato e tranquillo cerca di tenere a bada nervi scossi dalla fatica e dal senso di inadeguatezza, mentre il marito (che non vediamo mai) è in città a lavorare; e al telefono la fa sentire ancora più in ansia e fuori posto. Di quella piccola casa in montagna, presa in affitto per un mese, il proprietario è la guida alpina Manfred, uomo di pochissime parole e tormentato dall’abbandono della moglie (scappata con i figli); ma anche da quello della madre, che quando era piccolo lasciò marito e tre figli. Lui la guarda con diffidenza e sospetto, per la sua misoginia ma anche perché avverte la sua fragilità che teme si riversi sul figlio piccolo. E quando il bambino – che piange in continuazione ed è vivacissimo con tutti i bimbi di due anni – ha un incidente notturno, sospetta che sia stata lei volontariamente a fargli male. Il suo intervento gli salva la vita, ma l’ostilità tra i due cresce. Poi per Marina si apre una parentesi di serenità quando conosce la famiglia di Manfred: in particolare il fratello sposato e sua moglie, da cui si sente accolta e da cui può imparare tanto su di sé e sul suo essere madre. Ma con Manfred continua il gioco di attrazione e repulsione, fino a un brutto incidente notturno in montagna che colpisce l’uomo…,Il film è un grande flashback, racchiuso in una cornice al presente che è il punto debole del film: anni dopo i fatti, la donna torna da Manfred, per rinnovare il loro breve incontro. Un incontro in cui due anime ferite si facevano ulteriormente male prima di capire che potevano essere – ma lo spettatore assennato ne dubita… – una possibilità l’uno per l’altra. Ma questa è solo una chiave del film che Cristina Comencini ha tratto dal suo romanzo omonimo. E non la più felice, perché trasforma in un banale melò quello che a un certo punto stava diventando un’interessante riflessione sulla maternità. Fin dall’inizio, qualcosa ci suona stridente: troppo “letterarie” certe frasi, troppo programmatici i personaggi di Claudia Pandolfi (che faceva molto meglio un personaggio simile, ma più credibile, in chiave semiseria nella commedia Amore, bugie e calcetto) e di Filippo Timi, più bolso e impacciato del solito; come l’uomo che deve interpretare, certo, ma con una difficoltà a farcelo sembrare vero e non “scritto” (e con una dizione, che non è il suo punto forte, ancor più “sporca” del solito). E la parte finale è quasi inguardabile, con una metafora sottolineata due volte a farci capire quel che abbiamo già capito (due funivie che si bloccano per un istante mentre i due si rincorrono su mezzi diversi). Certe scivolate nel ridicolo involontario provocarono, alla proiezione veneziana per la stampa, fischi e lazzi in parte comprensibili (anche se antipatici e non giustificabili: un film va sempre rispettato).,Eppure c’è qualcosa che rimane del film, nella mente di uno spettatore (e forse, soprattutto, di una spettatrice) che voglia capire di più delle madri che quasi rifiutano i propri figli e la stessa idea di maternità; tema quanto mai attuale nella società di oggi. Perché emerge a un certo punto la necessità di non essere sole di fronte a un compito naturale ma anche più grande delle proprie forze. E se si trova una famiglia cui accompagnarsi che, con fatica, ce l’ha fatta e guarda i tre figli ormai cresciuti con serena consapevolezza di cos’è la vita, allora una possibilità si apre. “Per mio marito non era scontato che io ce la facessi” dice il personaggio più bello del film a Marina (che si chiede: “ma perché nessuno dice che è così dura?”). Purtroppo anche questa parentesi, che poteva essere decisiva a spostare il baricentro dell’opera, viene poi rovinata da un’altra scena infelice e poi da una seconda parte bislacca. Che trasforma tutto in un banale storia d’amore fuori tempo massimo. Ma se un film riesce per un momento a raccontare la vita con verità, forse giustifica un insieme mediocre.,Antonio Autieri

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