Puoi baciare lo sposo

Puoi baciare lo sposo

- in AL CINEMA, FILM, MEDIOCRE
1990
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Due giovani uomini vogliono unirsi in “matrimonio”, ma i genitori saranno d’accordo?

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Inizio a effetto, anche abbastanza riuscito, con un ragazzo che fa una dichiarazione d’amore, tenera e buffa, attraverso immagini solitarie in flashback in cui l’interlocutore (che non vediamo) guarda in soggettiva, per poi farci scoprire che non è una “lei” ma un “lui”. Perché qui si parla della storia d’amore tra due uomini, Antonio e Paolo, che vivono insieme a Berlino; con loro, a dividere l’appartamento, anche l’estrosa, ricca e nullafacente Benedetta. I due decidono di sposarsi in Italia (a rigor di definizione si chiamerebbero unioni civili e non matrimonio, ma vabbè…). Ma prima devono informare i genitori: e se la madre di Paolo non gli parla da quando ha saputo che è gay, quelli di Antonio nemmeno lo sanno. Il terzetto, che diventa un quartetto con l’arrivo di Donato, sconclusionato autista in crisi perché cacciato di casa dalla moglie (è “etero”, ma ha la passione di vestirsi da donna), si reca dunque a Civita di Bagnoregio, splendida cittadina laziale di poche anime  di cui Roberto, il padre di Antonio, è sindaco. Sarà lui, a parole progressista (si batte da anni a favore degli immigrati), a opporsi al matrimonio mentre la madre Anna li appoggerà in ogni modo. Anche mettendo in dubbio il loro, di matrimonio. Chi la spunterà?

Alessandro Genovesi prometteva bene ai tempi della sceneggiatura di Happy Family, scritta per Gabriele Salvatores (e tratta da una sua pièce teatrale), e poi del brillante esordio alla regia con La peggior settimana della sua vita. Poi si è adagiato su commedie sempre meno interessanti anche se sempre rivestite di una patina di eccentricità, come Soap opera e Ma che bella sorpresa. Anche qui, a personaggi tutti molto eccentrici o con spunti originali sparsi qua e là (ma mai così interessanti da giustificarne la necessità narrativa), si alternano situazioni telefonate. Così vediamo l’ex ragazza di Antonio ora isterica stalker che lo minaccia se non torna con lei (peraltro a una festa un po’ alcolica lui ha ceduto e ora lei, che si era illusa, lo ricatta), Donato che si veste di nascosto da donna, Benedetta con l’ossessione del padre scomparso (e del canto: gran bella voce, Diana Del Bufalo). Ma anche i genitori interpretati da Monica Guerritore e Diego Abatantuono alle prese con schermaglie tristissime (la moglie lo caccia di casa perché lui non vuole celebrare il “matrimonio” con la fascia tricolore) e la “trovata” di far interpretare Paolo, gay gentile, a Salvatore Esposito, star della serie Gomorra nei panni del terribile boss Genny Savastano. Pochissimo credibile in questo ruolo. Da apprezzare invece la freschezza di Cristiano Caccamo e di Diana Del Bufalo e la verve del sempre bravo Dino Abbrescia, mentre Antonio Catania (nei panni del frate) fa parecchio tristezza e ha fatto molto meglio in altre occasioni.

Ma il film – che nasce come evidente tentativo di sfruttare i dibattiti recenti sulle unioni civili e di fare una sorta di remake gay di Indovina chi viene a cena? – soffre di una scrittura schizofrenica tra, appunto, situazioni stravaganti (Benedetta che parla estasiata di Gesù «anche se non sono neppure battezzata», il ridicolo cameo del noto wedding planner Enzo Miccio nei panni di se stesso) e scene piattissime (il viaggio a Napoli dalla madre di Paolo, il suo arrivo “a sorpresa” al matrimonio). Fino a un finale che è una corsa al ribasso, tra il frate francescano che li vuole sposare (pur in una chiesa sconsacrata) perché «quello che conta è l’amore» e mette gratuitamente in mezzo anche papa Francesco, incendi, salvataggi, cambiamenti improvvisi, qualche tirata retorica e un matrimonio in musical decisamente kitsch. Un film così forzatamente originale da risultare prevedibile, dall’inizio alla fine. E così farsesco da rischiare di scontentare tutti, perfino chi sostiene certe battaglie usate strumentalmente per qualche facile risata e strizzata d’occhio al pubblico di riferimento. Ma un film, anche comico, non dovrebbe cercare di sorprendere lo spettatore?

Antonio Autieri

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...