Point Break

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Mediocre

Un giovane agente dell’FBI si infiltra in una gang di rapinatori che utilizzano gesti acrobatici per i loro colpi

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Point Break  (id.)
USA 2015 – 113’
Genere: Azione, avventura
Regia di: Ericson Core
Cast principale: Edgar Ramirez, Luke Bracey, Ray Winstone, Teresa Palmer, Delroy Lindo
Tematiche: sport estremi, crimine
Target: da 14 anni

Un giovane agente dell’FBI si infiltra in una gang di rapinatori che utilizzano gesti acrobatici per i loro colpi

Recensione

Il titolo è lo stesso di un famoso film diretto da Kathryn Bigelow nel 1991, con Patrick Swayze e Keanu Reeves. Stessi nomi dei protagonisti (Utah, Bodhi e gli altri), stessi sport, con qualche aggiunta e modernizzazione (le tute alari erano ancora di là da venire). Usando più o meno la stessa trama, la gang di surfisti che rapinava banche con le maschere dei presidenti sul viso adesso è diventata un gruppo di atleti di sport estremi che fa surf, motocross, snowboard, arrampicata e base jump. Il nuovo Bodhi (Edgar Ramirez) cerca di giungere all’illuminazione con una sorta di percorso iniziatico chiamato “le 8 prove di Ozaki” e promuovendo a suo modo la redistribuzione delle ricchezze, facendo piovere diamanti e soldi dei ricchi tra i poveri. Luke Bracey interpreta invece Johnny Utah, un novellino dell’FBI che cerca di sconfiggere i criminali infiltrandosi tra loro.
Se il film della Bigelow non era un capolavoro (i dialoghi erano alquanto limitati, se paragonati alle scene di azione), non si può far a meno di notare, nel paragone, che era vitale, esuberante, e i personaggi avevano una loro compiutezza, ispirando da subito una certa immedesimazione. Il nuovo Point Break è essenzialmente un collage di filmati di discese in moto e snowboard, voli col paracadute e surf su grandi onde non molto differenti da quelli che possiamo vedere ogni momento su YouTube o che passano in televisione sui canali dedicati. E i momenti tra un impresa e l’altra sono quanto di più deprimente ci si possa aspettare da un film. I personaggi sfoggiano tutti le stesse barbe da hipster e gli stessi vestiti, tali da renderli indistinguibili, e i dialoghi sono un’insulsa ripetizione di banalità pseudo buddiste (almeno avessero dato più spazio a Ray Winstone, l’unico che sa veramente recitare). Per il Nirvana sembra che manchi ancora parecchio.
 
Beppe Musicco