Pitza e datteri

Pitza e datteri

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Le vicissitudini tragicomiche della pacifica comunità musulmana di Venezia, sfrattata dalla sua moschea.

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A Venezia vive una piccola e scalcagnata comunità islamica composta da un gruppo alquanto eterogeneo. Ovvero: un nobile veneziano decaduto, Bepi (Giuseppe Battiston), convertito all’Islam perché è un modo per rifiutare il mondo in cui vive; un attempato e serio professionista ben integrato nel sistema, Karim, (Hassani Shapi); un profugo curdo senza fissa dimora, Ala (Giovanni Martorana); il proprietario di una piccola pizzeria da asporto e kebab, Aziz (Gaston Biwolè); e pochi altri. Sarebbe una tranquilla comunità, dedita alle sue attività e ai suoi momenti di preghiera se non fosse che all’improvviso si trova senza moschea. Un membro della comunità, proprietario del locale adibito a luogo di culto, è stato arrestato lasciando sola la moglie Zara (Mahud Buquet, già vista in Italia nel 1999 in Prima del tramonto di Stefano Incerti) a fare fronte ai debiti del marito e così a decidere di ristrutturare il locale facendone un salone per acconciature unisex.

La sprovveduta comunità chiede aiuto alla comunità internazionale e dal lontano Afghanistan viene inviato un giovane imam alle prime armi, Saladino (Mehdi Meskar, giovane calabrese di origine magrebina qui alle prime esperienze con il cinema): l’unico disponibile perché il solo che parli italiano (è un orfano allevato in un nostro ospedale militare). Il giovane imam cerca di applicare con coscienziosità le regole coraniche, ma scopre presto che la realtà e ben diversa dai rigidi schemi a cui è abituato. Il resto lo fa l’impatto con la bellezza che incontra in ogni angolo di Venezia, non ultima quella della proprietaria del salone.

Con toni da commedia Faribor Kamkari (regista e sceneggiatore iraniano di origine curda, già autore di I fiordi di Kirkuk del 2010) cerca di affrontare il tema caldo della integrazione della comunità islamica nel contesto italiano. La trama si svolge con i toni da commedia all’italiana e la soluzione verrà trovata in modo imprevedibile salvando “capra e cavoli”. Ma, al di là della qualità e credibilità della storia, a questo film va comunque riconosciuto un merito: il tentativo di sdrammatizzare, pur senza banalizzarlo, un tema al giorno d’oggi molto caldo e a tratti drammatico raccontando una storia che fa sorridere senza troppe pretese, ma in fondo cercando di dire una cosa molto semplice: tutti hanno diritto a un luogo in cui pregare.

Roberto Gambuti

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