I piccoli boss di Giovannesi conquistano Berlino

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“La paranza dei bambini”, unico film italiano in concorso, apprezzato da pubblico e stampa

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Diario da Berlino – puntata numero 5

Al concorso della Berlinale è arrivato anche l’unico italiano in gara, già nei nostri cinema: La paranza dei bambini, scritto e diretto da Claudio Giovannesi e tratto dal libro di Roberto Saviano. Il film, accolto positivamente dal pubblico e dalla stampa, è ambientato nello storico rione Sanità (quello di Eduardo De Filippo), dove un gruppo di quindicenni, ammaliati da un sogno di benessere e potere, si impadronisce del controllo della locale piazza di spaccio diventando il punto di riferimento criminale della zona. Se il cinema e la televisione, da Gomorra in poi, ci hanno reso ormai purtroppo abituali (e a tratti sfortunatamente prevedibili) queste storie di delinquenza, Giovannesi riesce bene a cogliere il misto di innocenza e ferocia di questi ragazzi, che si dividono tra una pizza con la fidanzatina e una sparatoria, e per cui non sembra esserci una vera alternativa alla carriera criminale.  Merito anche di attori giovanissimi, scelti e diretti con sensibilità e pietas, e ad un gran senso del luogo.

La competizione principale ha visto in scena anche il poco incisivo film tedesco Ich war zuhause, aber, lungometraggio di Angela Schanelec assai minimalista che segue le vicende di Astrid, vedova con due figli, impegnata sulla scena teatrale berlinese. Il figlio maggiore Phillip scompare nei boschi per una settimana per ragioni misteriose, Astrid litiga con l’uomo che le ha venduto una bicicletta che non funziona, discute con i colleghi di messa in scena e di autenticità nella recitazione, mentre alla scuola di Phillip i ragazzi mettono in scena l’Amleto di Shakespeare. La vicenda procede lentamente e prendendosi fin troppo i suoi tempi e i troppi silenzi rendono difficile appassionarsi alle vicende di questo nucleo familiare in crisi .

Ha fatto discutere ancor prima di apparire sullo schermo il lungometraggio della regista catalana Isabel Coixet, Elisa y Marcela, storia d’amore lesbica ambientata nella Spagna di inizio Novecento, più che per la qualità non eccelsa,  soprattutto in quanto distribuita da Netflix. Il film in realtà uscirà in qualche cinema spagnolo (un privilegio, questo, che il gigante dello streaming sembra voler concedere almeno ai propri prodotti più di prestigio, come era stato per Roma di Cuaron), ma questo non ha impedito che si accendessero vivaci proteste nel mondo del cinema tedesco – che chiede al Festival di Berlino la stessa posizione rigorosa di Cannes – proprio come accaduto a settembre in Italia per la Mostra di Venezia e per Sulla mia pelle.

Non è tuttavia una sorpresa la scelta del direttore uscente del festival di aprire le porte anche a un gigante come Netflix; del resto, ormai da vari anni e primo tra i grandi Festival Internazionali, la Berlinale ha una sezione dedicata alla serialità televisiva, dove vengono presentati in anteprima i primi episodi di serie molto attese da tutto il mondo. Tra queste, significativo simbolo di un trend molto in voga, l’adattamento seriale di un grande classico tedesco del 1931 con Peter Lorre (M – Il mostro di Düsseldorf) nei panni di un rapitore e assassino di bambine ricercato sia dalla polizia che dal mondo criminale di Berlino. M Eine  Stadt suchte einen Mörder traspone l’azione nella Vienna dei giorni nostri e sfrutta l’indagine per parlare, in toni taglienti e talvolta grotteschi (la figura del Primo Ministro modellato sull’attuale premier austriaco è tratteggiata in modo ridicolo quanto inquietante), di questioni di attualità, come l’ossessione per la sicurezza e le polemiche sull’immigrazione.

Laura Cotta Ramosino