Peterloo

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Nel Regno Unito del dopo Waterloo, miseria e ingiustizie soggiogano la povera gente. Che cerca leader in grado di portare avanti le loro richieste per una vita migliore

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Il film inizia con la vittoria dell’esercito britannico a Waterloo, nel 1815: Napoleone viene travolto e dà termine alla sua parabola di condottiero. Ma per la povera gente, gli anni di guerra hanno lasciato strascichi di sofferenze e sacrifici: alla miseria e alla mancanza di lavoro si affianca una maggior coscienza sociale, nonostante livelli culturali molto bassi. E mentre il Parlamento e il Governo scelgono la via della repressione a ogni richiesta di riforme (con pene spropositate e punizioni corporali, con totale disprezzo della dignità umana), la protesta trova un leader nel famoso oratore Henry Hunt; a anche se chi vorrebbe forme di protesta più decise e radicali. Alla fine si propende per l’organizzazione di una grande manifestazione a St Peter’s Field (il titolo sintetizza i due momenti storici: Waterloo e St Peter’s come si vedrà alla fine), tra entusiasmi e tensioni interne, mentre chi comanda decide come rispondere.

Presentato in concorso alla 75ª edizione della Mostra di Venezia 2018, Peterloo vede il grande autore Mike Leigh (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake, La felicità porta fortuna, Another Year, Turner) cimentarsi nel film storico. L’umore è sempre da vecchio “arrabbiato”, ma calato nel genere del film in costume e politico al tempo stesso, mentre nei suoi film migliori la critica alla società vien fuori nella descrizione di singole vite disperate. Il pregio è proprio quello storico: abituati a vedere nei film inglesi ottocenteschi una società colta, civile, di buoni costumi (che pure – lo sappiamo bene – nascondeva poi le miserie dickensiane), vedere un film in cui tutta la classe dirigente britannica è rappresentata da volgari, violenti, sadici personaggi è un mezzo choc; ma è anche frutto di un lavoro credibile e storicamente circostanziato, anche prezioso per chi non sa. Di questi fatti da noi sicuramente si sa poco, ma possono ricordare analoghe pagine di storia italiana di fine ’800 o inizio ’900. Tra i tanti spunti interessanti, anche il ruolo della stampa, e il conflitto interno tra riformisti e rivoluzionari, ma anche di distanze umane tra un leader illuminato ma snob come Hunt e la povera gente che lui difende, ma con cui fatica fisicamente a mescolarsi.

Peterloo è dunque un lungo – troppo: due ore e mezza, molto impegnative – racconto storico, inizialmente molto parlato ed enfatico tra oratoria politica e schermaglie tra personaggi dai punti di vista contrapposti (c’è chi vuole le riforme e chi la rivolta e la repubblica), che descrive il periodo dal 1815 al 1819 per raccontare la susseguente crisi che gettò nella miseria ampi strati della popolazione inglese, soprattutto al Nord. Dove si chiedeva più dignità, condizioni economiche di sopravvivenza e il diritto alla rappresentanza politica. Il potere (casa reale guidata da un anziano e inetto re Giorgio III, ma anche governo, Parlamento, magistrati, esercito) vede nella repressione l’unica risposta a quelle che erano legittime richieste.

Il film – acquistato da Amazon per la distribuzione internazionale, ed è questo un altro mezzo choc: associare il vecchio regista inglese di sinistra al colosso multimediale simbolo della modernità – fatica a interessare nella prima parte e diventa avvincente solo alla fine, quando i drammatici eventi si compiono con un massacro della “plebe” durante il comizio di Hunt. Un massacro che è la scena emotivamente più forte di tutto il film (anche con qualche colpo basso, che ricorda più il cinema di Ken Loach che il più sobrio Mike Leigh). Ma l’autore ci arriva dopo aver proposto una storia solo in parte appassionante, nonostante temi importanti e che non invecchiano mai, come la giustizia sociale. Oltre tutto senza attori di spicco riconoscibili (il più noto – per così dire – è il bravo Rory Kinnear, nei panni di Hunt), il che rende ancora più difficile far appassionare a questo film, comunque decoroso, che certo non ricorderemo come uno dei suoi migliori titoli.

Antonio Autieri