Personal Shopper

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Una ragazza è in lutto per la morte del gemello. Entrambi medium, lei spera di ricevere un segno di vita da lui dall’al di là…

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Maureen è la personal shopper del titolo: americana ormai trasferitasi a Parigi, acquista borse, vestiti, gioielli e altro per persone ricche che delegano ogni incombenza pratica. La morte del fratello gemello Lewis, per un problema al cuore di cui soffre anche lei, l’ha buttata in una profonda prostrazione. Entrambi erano medium, Lewis soprattutto aveva la capacità di comunicare con le anime dei defunti: e insieme fecero un patto, chi fosse morto per primo avrebbe mandato un segno inequivocabile all’altro. Per questo la ragazza cerca di “stabilire un contatto”, in attesa di capire cosa fare della casa in cui Lewis viveva con la fidanzata (che inizierà presto a frequentare un altro ragazzo). Ma poi, Maureen cosa cerca? Lei crede davvero in quella vita dopo la morte? E soprattutto, è il fratello che le invia strani segni attraverso rumori e piccoli fenomeni (lavandini che si aprono da soli, bicchieri che cadono…) o è qualche altro “spirito”?

In concorso a Cannes 2016, dove il regista Olivier Assayas vinse il premio per la miglior regia, Personal Shopper è la seconda collaborazione consecutiva tra il regista francese e la star americana Kristen Stewart. Nel precedente Sils Maria era una spalla incalzante e intensa della (gigantesca) protagonista Juliette Binoche, in un film complesso ma teso. Qui è la protagonista assoluta di una storia non altrettanto convincente ed emozionante rispetto ai film migliori di Assayas (soprattutto il suo film più personale, Qualcosa nell’aria del 2012): regista formatosi nell’ambito della critica militante, come altri suoi predecessori Assayas ha sempre un che di teorico e dimostrativo; caratteristiche che nei film migliori diventano qualità intriganti, ma nei film meno riusciti hanno spesso zavorrato le sue sceneggiature. In Personal Shopper i pregi migliori sono nella regia, come sempre elegante e “cupa” e angosciosa allo stesso tempo, e soprattutto la notevole prova di Kristen Stewart, che davvero sorregge da sola un film altrimenti troppo esile. Nei panni di Maureen, che passa da Parigi a Milano e a Londra in cerca di abiti e accessori di lusso da cui è attratta (più per la possibilità di entrare in una vita altrui che per il gusto dei vestiti) e da incombenze di lavoro alle sue personalissime angosce, la diva che diventò popolarissima con la serie di Twilight si conferma attrice nevroticamente sensibile e capace di esprimere fragilità e dolore. Anche se ripetere il gioco (anche qui da critico e intellettuale più che da cineasta), come già in Sils Maria dove c’era una giovanissima e insopportabile diva di Hollyood, di contrapporre l’odiosa diva per cui collabora al suo background professionale non convince più (per quanto affidato a poche situazioni). Non aiutano né citazioni sparse qua e là né tanto meno l’ossessivo uso, anche stavolta, dei mezzi della contemporaneità (cellulari, Skype, Youtube) contrapposto alla ricerca di un significato e di una risposta alle domande “primordiali” di ogni essere umano.

Ma i problemi maggiori sono altri: dalla scelta, pessima, di far intravedere figure fantasmatiche (con tanto di ectoplasma inghiottito…) a una verbosità di dialoghi che, insieme a un ritmo diluito e languido, annacqua anche riflessioni interessanti sulla vita dopo la morte; fino all’inserto di uno stalker telefonico – che lei, essendo alla disperata ricerca di un segno, inizialmente scambia per il fratello…. – che porterà a una divagazione thriller in un film che già stava prendendo una piega horror. Per poi concludersi di nuovo su un binario più intimo, prima di un finale brusco e pasticciato. Tutto da buttar via? No, anzi: perché i pregi rimangono e singole immagini e spunti e la prova della Stewart valgono la visione. Ma il film di Assayas, stavolta, è in buona parte un passo falso.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...