Joy, che ha seppellito un marito suicida, lascia il nuovo coniuge dopo aver scoperto che non si è lasciato alle spalle le sue perversioni; sua sorella Trish, il cui marito Bill è finito in carcere per pedofilia, sembra aver ritrovato la felicità accanto a un uomo più anziano, ma del tutto corrispondente alle sue aspettative. I tormenti del figlio Timmy, che scopre la verità su suo padre mentre si prepara a celebrare il suo barmizva, uniti alle insicurezze di Trish, manderanno tutto all’aria. Helen, la terza sorella diventata una celebrità a Hollywood, spara sentenze e si disinteressa di tutti, mentre Bill, uscito dal carcere, cerca un confronto con il figlio, ma si rende conto che non ha modo guarire dalla sua condizione.,Riprendendo i personaggi del suo molto acclamato Happiness (uscito oltre dieci anni fa), ma realizzando di fatto un film indipendente dal precedente e prendendosi la libertà di cambiare volto ad alcuni dei personaggi, Solondz sembra voler additare l’ideale conclusione di una serie di percorsi umani particolarmente tormentati.,L’ermeticità delle prime scene (che si fatica a decifrare, e non solo se non si è visto il film precedente) rende arduo lasciarsi coinvolgere nel flusso di un racconto che rischia di restare frammentario, troppe volte un po’ astratto nel porre la questione del perdono e quella, strettamente legata, del confronto con il passato, specialmente quando questo sia profondamente doloroso.,Il personaggio che forse meglio incarna questo dilemma è il piccolo Timmy, che contemporaneamente alla preparazione del suo barmizva (la cerimonia che nella cultura ebraica sancisce l’ingresso nella comunità degli adulti), deve confrontarsi con la verità su suo padre. Un figura segnata da una colpa orribile, rimossa, ma nonostante questo desiderata con una nostalgia che va oltre il riconoscimento della verità.,È in questo passaggio che la pellicola, altrove più dispersiva e a tratti manieristica al punto da diventare noiosa, tocca finalmente un nucleo di profonda verità, provocando il suo spettatore su un punto tanto più delicato perché tangente a quello che è rimasto l’unico vero tabù della nostra società: la violenza sessuale sui bambini.,Mentre i dilemmi di Joy (benintenzionata, ma evidentemente incapace di rapportarsi ai suoi partner: o forse, prima ancora, di sceglierli…) finiscono per estenuare e i comportamenti di sua sorella Trish appaiono a tratti meccanici, sono il percorso tragico di Bill, che esce dal carcere senza trovare pace né perdono, e quello di Timmy, alla ricerca di una difficile direzione di crescita, a catturare il cuore dello spettatore, costringendolo a confrontarsi con quello che in una dimensione religiosa si chiamerebbe peccato.,Di fronte a questa dimensione, oggettiva e soggettiva, del male, la domanda di un riconoscimento umano e del perdono sembra in effetti l’unica possibile via d’uscita, tanto più radicale quanto più difficile e a volte, per qualcuno, forse impossibile.,Luisa Cotta Ramosino