Pasolini

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Le ultime ore di vita di Pier Paolo Pasolini, prima della barbara uccisione.

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Non è il primo film sulla tragica fine di Pier Paolo Pasolini. Di finzione o documentari, sono un buon numero le opere su una figura che ha segnato il secondo dopoguerra: romanziere, poeta, regista, giornalista, polemista e tanto altro ancora (si direbbe intellettuale, ma lui preferiva definirsi solo scrittore), figura lucida e controversa, sempre fuori dagli schemi dal punto di vista culturale, artistico, politico e umano. La sua orribile uccisione, sulla spiaggia di Ostia la sera del 2 novembre 1975, ha spesso scatenato dietrologie, sospetti e morbosità. Nel suo film Abel Ferrara, regista newyorchese che ha ormai messo le tende in Italia, decide di concentrarsi sulle ultime ore della vita di Pasolini, in pratica le ultime due giornate, e di escludere ogni ipotesi politico-complottista sposando la tesi del pestaggio mortale da parte di un gruppo di omofobi che lo sorpresero con il giovane Pino Pelosi, che poi si addossò la responsabilità dell’uccisione. Il film in effetti ci mostra gli ambienti sordidi frequentati a Roma fin da giovane dal letterato, indugiando non poco su atti osceni in luogo pubblico e sui rischi che “Pierruti” (come lo chiamava l’adorata madre Susanna) correva a contatto con borgatari rozzi e violenti. Il film alterna flashback (nei quali la parte di Pasolini è interpretata da Roberto Zibetti) e momenti presenti, riflessioni e incontri di un uomo inquieto che sembra prefigurare la sua fine personale o forse addirittura di un’intera civiltà (“Siamo tutti in pericolo” è il titolo che suggerisce per la sua ultima intervista, a Furio Colombo de La Stampa, mentre la morte ossessiona il protagonista del libro che sta scrivendo) e squarci di opere cui sta lavorando, il romanzo Petrolio e il folle progetto cinematografico Porno-Teo-Kolossal, con due personaggi surreali che inseguono la stella cometa come moderni magi in mezzo a brutture di ogni tipo. ,Dura meno di un’ora e mezzo il Pasolini di Ferrara, ma c’è un tale minestrone di elementi da stordire, certo inseguendo lo stile di vita e di scrittura dell’autore raccontato in un film biografico sentito ma pasticciato. Alla Mostra di Venezia 2014, fece una pessima impressione il miscuglio linguistico – il film è una coproduzione internazionale – che non aiutava a rendere credibili personaggi e dialoghi: se a incarnare Pasolini c’è un Willem Dafoe reso molto somigliante e che ce la mette tutta, il fatto che parli quasi sempre in inglese ma ogni tanto in italiano non aiuta; e tanto meno che parenti, amici e altri interlocutori (Nico Naldini, Laura Betti, Graziella Chiarcossi, lo stesso Furio Colombo) gli rispondano in italiano, ma qualche volta in inglese. E fra di loro parlino solo in italiano… La versione doppiata (con Fabrizio Gifuni a dar la voce al protagonista) per una volta è molto meglio. ,Ma la struttura non è meno strampalata: ci voleva una mano ferma per un tale miscuglio di piani e suggestioni, e purtroppo Abel Ferrara è regista che ha dato il meglio di sé ormai vent’anni fa (negli anni 90 di King of New York, Il cattivo tenente, Occhi di serpente, The Addiction, Fratelli), prima di perdersi per lungo tempo anche a causa della tossicodipendenza (da cui pare essere uscito, o almeno lo speriamo). Qui l’ambizione di fare un film “allucinato” si trasforma nella delusione di un altro suo film semplicemente confuso, e pure parecchio modesto (alcuni dialoghi sono di povertà sconcertante e alcune scene sono tirate via come in un vecchio B movie). Con scivolate nel trash più assurdo, come la “sfida” fra gay e lesbiche che per un giorno hanno il permesso di unirsi tra loro per la festa della procreazione in un’immaginaria sequenza del film che Pasolini stava immaginando. Si salvano poche cose, tra cui Adriana Asti (la madre Susanna) e la coppia formata da Ninetto Davoli, depositario dell’universo pasoliniano (che fa nel progetto di film citato il personaggio che era stato proposto a Eduardo De Filippo; e che, c’è da scommettere, l’artista napoletano non avrebbe mai accettato), e da Riccardo Scamarcio che fa in pratica lo stesso Davoli da giovane, in una coppia che ricorda Ninetto e Totò di Uccellacci e uccellini.,Il vero problema di un film dimenticabile è che tutto si riduce al ritratto di un uomo fragile e disarmato nell’essere attratto dalla bellezza selvaggia di giovanotti rozzi e vitali. E dal punto di vista dell’uomo di pensiero, al “bigino” delle sue frasi, pronunciate senza la rigorosa e carismatica lucidità (per un confronto, basterebbe recuperare uno spezzone delle sue interviste televisive) e con piatta sentenziosità. Non il modo migliore per ricordare una figura complessa e gigantesca nella società italiana tra gli anni 60 e 70.,Antonio Autieri,

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