Paradise

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- in AL CINEMA, FILM, IMPERDIBILE
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Alcuni personaggi raccontano la loro storia, in strani interrogatori, per una vicenda che inizia nella Francia occupata dai nazisti.

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Esce finalmente in Italia Paradise (in originale Rai), diretto dal talentuoso ma discontinuo regista russo Andrej Konchalovskij, dopo quasi un anno a mezzo dalla presentazione alla Mostra di Venezia 2016. Al festival veneziano, dove gareggiava in concorso, vinse il Leone d’argento per la miglior regia ma avrebbe indubbiamente premiato quello aureo (assegnato al fluviale The woman who left del filippino Lav Diaz: quattro ore in un certo senso indimenticabili…). Sembrava essersi perso nella dimenticanza: onore alla casa di distribuzione Viggo che ha strappato Paradise dal possibile oblio. Konchalovskij, due anni prima, aveva vinto lo stesso premio a Venezia per Le notti bianche del postino, quanto inedito in Italia (esaltato dalla critica ma a nostro parere sopravvalutato).  Molto meglio questo film tanto impegnativo, con un bianco e nero d’altri tempi, quanto originale dal punto di vista artistico e narrativo.

L’azione si apre nel 1942: in un carcere francese il commissario di polizia Jules interroga prigionieri russi che proteggevano gli ebrei. L’uomo, buon padre di famiglia, è un collaborazionista dei tedeschi. Tra i suoi prigionieri, la contessa Olga – partigiana arrestata dai nazisti durante un’incursione a sorpresa – che nascondeva bambini e che ora, interrogata, cerca di salvarsi concedendosi al funzionario di polizia. Ma poi il racconto sembra complicarsi: flashback di un passato felice in cui Olga visse un flirt con Helmut, aitante e altolocato ufficiale delle SS, la vita in un campo di concentramento dove ritrova a sorpresa l’ex amante (con cui rinasce il rapporto, ma ovviamente morboso e non più libero, anche se lui sembra davvero amarla e volerla portare via) e vive un grave conflitto interiore. E poi scene di altri interrogatori, questa volta in un luogo segreto, con immagini in pellicola che ogni tanto si sgrana, a subirli sono tutti e tre i personaggi: la prigioniera russa, ormai non più con bella chioma fluente ma con i capelli rapati a zero, ma anche il funzionario francese e l’ufficiale tedesco. Chi è l’interlocutore sconosciuto che pone domande serrate ai tre personaggi?

Quello che all’inizio potrebbe sembrare il “solito” film sull’Olocausto, tanto più quando poi la scena si sposta in un campo di concentramento, è invece uno dei film più sorprendenti degli ultimi anni. Costringendo le immagini in un bianco e nero a tratti elegante a tratti angosciante e in un formato quadrato che aumenta il senso di oppressione, il regista russo Andrej Konchalovskij evita i rischi connessi al “genere” con uno stile sempre più incalzante, mentre la storia ha continui scarti tra incontri sorprendenti o gesti imprevisti dei vari personaggi. Fino a un finale – assolutamente da non rivelare – sorprendente e bellissimo, che potrà spiazzare e perfino irritare alcuni o regalare un’emozione fortissima – come in chi scrive – in altri, travolti da un colpo di scena che è un colpo di genio artistico e umano, al termine di un film duro e impegnativo ma anche bellissimo e commovente.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...