Panama Papers

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Il racconto dello scandalo dei Panama Papers, cioè la diffusione delle informazioni di uno studio legale di Panama riguardanti centinaia di migliaia di società offshore in tutto il mondo sul confine tra legalità e illegalità.

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Un’anziana donna perde il marito in un incidente in barca. L’assicurazione non può coprire il danno perché in qualche modo neanche esiste realmente. Questa vedova, truffata dalla compagnia assicurativa, inizia a indagare per capire cosa realmente stia succedendo. Indagando arriva allo studio legale di Panama Mossack and Fonseca che gestisce centinaia di migliaia di società offshore nel mondo, di cui si capisce poco cosa è legale e cosa no. Denaro, soldi e dinamiche finanziarie, e a spiegarci tutto è proprio la coppia di avvocati, il gatto e la volpe, interpretati dal gustosissimo due Gary OldmanAntonio Banderas. Ci spiegano come funziona quel mondo attraverso spiegazioni e piccoli “racconti morali”, gustose divagazioni su varie parti del mondo e su come il denaro rovina le persone.

Questa nuova produzione orignale Netflix è un film folle e caleidoscopico, che racconta la finanza con lo stile sovraeccitato e ironico di film come The informant! (dello stesso Soderbergh) o La grande scommessa ma con molta più eleganza. Gli attori sono puro piacere: Meryl Streep si diverte come una matta a gigioneggiare come una vecchietta rimbambita (e non solo), Gary Oldman e Antonio Banderas sono un’accoppiata inedita e sulla carta improbabile, che invece è straordinaria.  Scott Z. Burns (adattando un romanzo di Jack Bernstein) scrive un copione diviso in capitoli e completamente anarchico nei personaggi, nelle situazioni, nell’ironia cinica, nei riferimenti metacinematografici e nelle divagazioni. A dirigere (oltre che fotografare e montare sotto pseudonimo come sempre) invece è Steven Soderbergh, uno dei più geniali autori americani contemporanei. Questo Panama Papers (più beffardo nel titolo orginale The Laundromat, lavanderia a gettoni alludendo al lavaggio del denaro sporco) è tematicamente sulla scia di precedenti film del regista sul tema del denaro: la trilogia di Ocean e La truffa dei Logan (denaro e affetti), Traffic (denaro e droga), Magic Mike e The girlfriend experience (denaro e prostituizione), High Flyng Bird (denaro, sport e comunicazione); e di tutto questo ne è in qualche modo la sintesi. Il tema del denaro è un tema difficile, perché va a toccare diversi aspetti della vita di una persona e sono quasi sempre aspetti sgradevoli.

Soderbergh di base è un regista molto freddo, che raramente cerca il coinvolgimento emotivo dello spettatore per i suoi personaggi: racconta più un quadro sociale, un caso da studiare e lo studia per arrivarne ad un giudizio. È un operazione chirurgica dove tanto i dialoghi quanto la cinepresa fanno da bisturi e si muovono con una precisione incredibile. A nessuno frega troppo della storyline principale di Meryl Streep: quello che conta sono i discorsi, le divagazioni, le parentesi. Il film di colpo sembra diventare una sitcom su una famiglia di afroamericani arricchiti, per poi cambiare ancora e diventare un thriller politico giapponese. È un film completamente anarchico, irresistibile e divertentissimo, come i pamphlet politici, le satire e le vignette sui giornali.

Ad un certo punto poi ci si rende conto che forse il vero tema del film non è solo il denaro, ma piuttosto il falso, la truffa. È il denaro è lo scopo a cui ruota attorno tutto, ma in fondo è tutto falso. Tutti si prendono in giro e anche noi ci lasciamo prendere in giro. È una girandola di trovate che distraggono per illuderti come un trucco di magia, ma in fondo è solo un trucco. Anche il film agisce così per poi nel finale svelare il trucco. E anche noi ci rendiamo conto che di quel mondo lì in fondo, nonostante tutto, non abbiamo capito niente.

Riccardo Copreni

 

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