Operazione vacanze

Operazione vacanze

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Un pianista spiantato si ritrova a gestire un resort di lusso.

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Ignobile farsa che nelle intenzioni dovrebbe riprendere, omaggiando il filone della commedia pecoreccia all’italiana. Il risultato è un disastro sotto tutti i punti di vista, a livello di produzione, scrittura e cast. Il regista romano Claudio Fragasso, nome non nuovo per gli appassionati di “scult” (sono suoi tra gli altri il brutto Le ultime 56 ore e l’impareggiabile Troll 2, vero e proprio oggetto di culto per estimatori del trash horror) mette insieme un cast di vecchie glorie, da Jerry Calà a Valeria Marini fino a Umberto Smaila coinvolgendo nel progetto nomi più appetibili come Massimo Ceccherini, Enzo Salvi, Francesco Pannofino e Maurizio Mattioli, uno più svogliato dell’altro, per un racconto estivo in cui gli ingredienti fondamentali sono gli stessi dei cinepanettoni. Gli sfottò dei luoghi comuni, le maschere in cui gli Italiani dovrebbero riconoscersi, dal playboy di Calà al coatto di Salvi alla femme fatale incarnata dalla Marini. In realtà l’esempio, per così dire, professionale dei vari film targati De Laurentiis (Natale in Sudafrica e quant’altri) è lontanissimo. Là vi è una confezione solida, interpreti efficaci e sceneggiature o canovacci di livello medio basso e qualche gag riuscita. Nel film di Fragasso, al di là della sciatteria della confezione (location sempre uguali, una sola hit musicale, fotografia sgranata, doppiaggio non coerente), si rimane colpiti dalla povertà di un film in cui si deve ricorrere ai più bassi mezzucci per portare a casa qualche risata: scoregge diffuse – e in alcuni momenti sembrano più coerenti dei dialoghi – e una volgarità che raggiunge livelli insostenibili. La scena madre, si fa per dire, è quella di un tentativo di fellatio da parte di una piovra di gomma ai danni di Calà ma è tutto il film a navigare in acque stantie e acquitrinose. Il livello di approssimazione è altissimo: comparse travestite da ‘vuccumprà’ e colorati in faccia; sequenze di torte in faccia e cadute sulle bucce di banana, ralenti orribili e sgranatissimi, Calà in fuga dagli sgherri di un patetico Pannofino, vestito da donna e con la panza pelosa di fuori. Il culmine della sconcezza è l’esibizione delle Sorelle Tricolore, in realtà Salvi, Calà e Ceccherini vestiti da donne. Un livello talmente basso che è lo stesso Ceccherini, il meno peggio del cast, con la sua comicità folle e stralunata, ad ammetterlo di fronte agli spettatori. ,Senza uno straccio di sceneggiatura e con un finale improvvisato, una sorta di delirio musicale con la coppia Calà-Smaila a tenere banco, il film è uno strano oggetto, sicuramente orrendo ma forse troppo brutto e squallido per non essere minimamente pensato e consapevole, come se Fragasso & Co avessero voluto fare una parodia dei cinecocomeri. Di certo battute come quella dello speaker al ristorante che avverte che è assolutamente vietato scoreggiare durante il pranzo o come quella che viene messa in bocca a Mattioli (“I consumi saranno al ribasso ma si caga sempre uguale!”) nate dalla mente di Calà, che scrive soggetto e sceneggiatura assieme al Gino Capone autore con lui dell’inedito Pipì Room, sono avvilenti per spettatori e interpreti e non solo non fanno mai ridere, ma non lo facevano nemmeno trent’anni fa quando Jerry era uno dei protagonisti indiscussi di questa forma certamente bassa di commedia dell’arte però lavorava con gente come Vanzina, Corbucci, Parenti, Castellano & Pipolo, Oldoini, persino Ferreri e coglieva nel segno. Un patrimonio di onesto cinema leggero che Il ragazzo del Pony Express ormai più che sessantenne ha dilapidato negli anni 90, dal suo terribile, velleitario Chicken Park fino ai deludenti Vita smeralda e Torno a vivere da solo, prodotti di basso livello ma comunque guardabili, segnati dalla comicità vecchia e stantia di un onesto attore di serie B che non è mai riuscito a svecchiare la propria maschera comica ancora ferma, patetica, al “Libidine!” di vanziniana memoria. ,Simone Fortunato

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