Omicidio al Cairo

Omicidio al Cairo

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Al Cairo, alle porte della primavera araba, un tranquillo poliziotto corrotto indaga sull’omicidio di una cantante avvenuto in un hotel di lusso.

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Metà gennaio 2011, Il Cairo è una polveriera pronta ad esplodere, Nouredin è un semplice ufficiale di polizia corrotto, come tutti i suoi colleghi; nipote del comandante, passa le giornate a farsi pagare dai commercianti per proteggerli dagli attacchi dei poliziotti stessi. Un giorno viene trovata una cantante di night club sgozzata nella suite di un albergo di lusso, Nouredin deve indagare, e diventa colpevole per la prima volta di affezionarsi troppo alla verità: si sospetta del coinvolgimento di un politico e la forza di polizia vuole mettere a tacere la cosa. Ma una donna delle pulizie, immigrata senegalese, ha visto tutto…

Gran bel noir (premiato al Sundance) che ricorda da una parte i thriller politici degli anni 70 di registi come Costa-Gavras  (Z – L’orgia del potere) o i nostrani film di Elio Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Todo modo, A ciascuno il suo), dall’altra parte richiama il noir classico (sia cinematografico che letterario), il noir di Chandler, Hammett (o dei film di Bogart), o ancora il nostro Scerbanenco. L’indagine è intrigante, e come in ogni noir che si rispetti lo spettatore si perde nei colpi di scena, voltafaccia, false piste, femme fatales, night clubs, il tutto nella suggestiva ambientazione notturna de Il Cairo. Uno dei grandi meriti di questo film è proprio l’affascinante ritratto di questa città (magnificamente fotografata, con colori caldi, sporchi e acidi), sovraffollata e corrotta mentre l’indagine continua a oscillare tra i quartieri più poveri (il quartiere senegalese, dove vive la testimone) e i quartieri signorili (la villa del politico sospettato): emerge il ritratto di una città pronta ad esplodere per le troppe contraddizioni. La narrazione si snocciola giorno per giorno fino a chiudersi con la rivoluzione del 25 gennaio 2011: vediamo l’incapacità dei potenti di accorgersi di quello che stava succedendo, sentiamo il clima di crescente angoscia e tensione.

A tenere le briglia delle due anime (storico/politica e noir) della narrazione ci pensa il regista Tarik Saleh, svedese di orgini egiziane, che riesce a trovare il giusto taglio narrativo ed estetico: con uno stile tra il documentarismo e il puro genere sta attaccato al suo protagonista. Nouredin, interpretato meravigliosamente dal libano-svedese Fares Fares (visto spesso in piccoli ruoli di film internazionali, ma in Italia si vide anche all’inizio del secolo come protagonista delle commedie svedesi Jalla Jalla e Kops), è un vero antieroe da noir, corrotto, disilluso, che per una volta decide di prendersi a cuore la verità, andando contro tutto quello per cui ha vissuto fino a quel momento, fino ad arrivare al gran finale in mezzo alle proteste in piazza. È stato scoperchiato un vaso di Pandora ed è emerso del marcio nascosto: forse si può cambiare, ma cambierà mai qualcosa?

Suggestivo, intrigante, cinico ma non disperato. Omicidio al Cairo è un film che vale la pena vedere.

 

Riccardo Copreni

 

il trailer del film:

https://youtu.be/Q5GPEXqcPQM

 

 

 

 

 

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