Nymphomaniac – Volume 1

Nymphomaniac – Volume 1

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Una donna racconta a un uomo che l'ha soccorsa in strada il suo passato burrascoso, segnato da un appetitto sessuale insaziabile.

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Che Lars Von Trier sia, per usare un eufemismo, un personaggio un po' eccentrico è risaputo anche negli ambienti non proprio cinefili. Le sue sparate antisemite al Festival di Cannes 2011, poi ritrattate almeno in parte e le sue dichiarazioni provocatorie ai margini dell'uscita dei suoi film certo lasciano il tempo che trovano e vanno soppesate in relazione al contesto e al personaggio che si è costruito, fuori dagli schemi e spiazzante, il regista danese. Vanno prese per quello che sono, convinti – noi lo siamo sempre di più – che l'opera d'arte è sempre più nobile e alta e misteriosamente compiuta di tutte gli errori e le intemperanze e i difetti del suo autore. Detto questo, a guardare la filmografia di uno dei più grandi talenti del cinema contemporaneo, viene da mettersi le mani nei capelli. Dopo gli esordi sfolgoranti ma assai cinefili de L'elemento del crimine, Epidemic e Europa, film stilisticamente affascinanti ma al tempo stesso operazioni complesse e cerebrali, ecco i capolavori degli anni 90. Da un lato una miniserie horror seminale e visivamente impressionante come The Kingdom, per chi scrive, uno dei lavori per la televisione più suggestivi e angoscianti dopo Twin Peaks di David Lynch. Dall'altro, un grande melodramma struggente e selvaggio come Le onde del destino, una storia scandalosa di fede e di salvezza che ti prende a pugni nello stomaco. ,Ecco, appunto, lo stomaco. Von Trier ha questo stile fatto di opposizioni e tematiche fortissime, segnato da spesso da una vena metafisica e percorso da una violenza crudele e inquietante. Sono i temi cardini del suo cinema degli anni 00 con i più riusciti Dancer in The Dark e Dogville, quest'ultimo quasi sperimentale nel rifiuto di qualsiasi scenografia non dipinta. Poi però, dopo qualche film interlocutorio, il Nostro perde la bussola o non sappiamo che gli prende. Certo si caccia in un vortice pessimista da cui pare non essere ancora uscito. Dapprima il pessimo Antichrist, operazione cerebrale e narcisista, poi un melodramma altrettanto algido e intellettuale come Melancholia. Ora un film scandalo, già dal titolo come Nymphomaniac: quattro ore e passa con al centro le performance sessuali di una malata di sesso. Diviso in due parti per semplici logiche commerciali, il film ha una cornice in cui la protagonista Charlotte Gainsbourg racconta a Stellan Skarksgard – sorta di alter ego – il proprio passato burrascoso. La scoperta del sesso sin da piccola, la perdita della verginità, il gioco sadico e inquietante con una coetanea per collezionare più amanti. E ancora: l'adesione a una sorta di club post-femminista in cui le donne giurano di fare sesso con sconosciuti per combattere l'ideologia dell'amore e altre amenità del genere. Il tutto condito da tante scene sessuali esplicite, compresa un'insostenibile sequenza di membri maschili in primo piano. ,Von Trier, come suo solito, ci sa fare e gioca con lo spettatore. Confeziona un incipit tanto suggestivo quanto spiazzante e assesta almeno una bella svolta alla narrazione con l'entrata in scena di Uma Thurman alle prese con un ruolo inedito. Il problema è un altro. Anzi, sempre il solito da un po' di anni a questa parte. Ovvero un esibizionismo e un narcisismo insopportabili, unito al gusto dello scandalo. Da questo punto di vista appaiono esagerate, monotone e risapute le tante, troppe immagini sessuali soprattutto perché non accompagnate da un adeguato lavoro sui personaggi. Von Trier gioca, insomma, come sempre ha fatto. Una volta, però, per un'ispirazione più sana e più compiuta, il gioco e di conseguenza il film funzionavano. Funzionava la Kidman in Dogville dove non mancavano il sesso e la violenza ma il suo era un personaggio ben scritto, a tutto tondo, la cui azione e le cui scelte interrogavano lo spettatore spesso spiazzandolo. Qui invece la narrazione è monotona, il sesso puro meccanicismo e non scatta mai un transfert emotivo con i personaggi in campo, eccezion fatta per la piccola parentesi con la Thurman. Certo, non aiuta lo spettatore a calarsi nella vicenda le bizzarrie di scrittura: il paragone tra le tecniche di seduzione della Gainsbourg e la pesca a mosca di cui è grande estimatore Skarksgard; un'improbabilissima analisi antropologica a partire dalla tendenza a tagliarsi le unghie partendo dalla mano destra o sinistra; un'ardita lettura hardcore della polifonia di Palestrina e Bach. Delirio inconsapevole oppure follia studiata a tavolino per colpire il gusto borghese di certi spettatori? Von Trier, che ha al suo attivo anche un film mezzo porno in cui gente normalissima fingeva di essere pazza per vivere in libertà e non secondo le leggi della società, gioca sicuramente con tutti: con se stesso, con il cinema (qui c'è tanto Bergman riletto sotto un'altra luce), con il suo stesso cinema. E gioca con gli spettatori e con i giornalisti, addetti ai lavori, critici ed esegeti che provano a capirci qualcosa in questi film sempre più cerebrali e aridi. Il fatto è che almeno noi e, crediamo, gran parte del pubblico non abbiamo più voglia di giocare a un goco che non porta da nessuna parte.,Simone Fortunato,

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