Noi

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Nel 1986, una bambina si avventura sola in un tunnel degli orrori e vive un’esperienza traumatica. Da adulta, torna con la famiglia sul luogo dell’evento, e l’incubo riemerge…

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Il ritorno di Jordan Peele dopo il fortunato Scappa – Get out è un altro horror ambizioso, sospeso tra tradizione e innovazione. Se il film precedente ci metteva spalle al muro facendoci calare nei panni della preda Daniel Kaluuya, qui la storia ruota attorno a un’inedita Lupita Nyong’o moltiplicata per due, che ci invita a riflettere sui ruoli di vittima / carnefice, buono / cattivo. Più in particolare, su quale di questi versanti ci collochiamo “noi”. Meglio non rivelare altro, perché Noi è una di quelle pellicole che vuoi vedere sapendo il meno possibile di cosa ti aspetterà. Soprattutto trattandosi di una trama intricata e ricca di spunti, che già a pochi giorni dall’uscita del film ha ispirato una miriade di teorie ed esegesi online.

Ciò che vale la pena osservare è che il film conferma l’interpretazione del genere horror da parte del regista: un mix di denuncia politico-sociale e citazionismo che strizza l’occhio a tutti coloro che erano giovani negli anni Ottanta. Un mix vincente? Nì. Per quanto gli intenti siano interessanti, la sostanziale imperfezione di Noi risiede in uno squilibrio tra la narrazione e il suo significato più profondo: il secondo si chiarisce decisamente troppo in là nella storia e in modo troppo didascalico, mentre la prima si popola di talmente tanti simbolismi e citazioni che è facile perdere di vista il quadro d’insieme. In Noi troviamo così omaggi più o meno espliciti a horror quali Halloween e Nightmare – Dal profondo della notte, atmosfere alla Funny Games, momenti onirici quasi lynchiani, oltre a citazioni bibliche e rimandi ai miti della generazione del regista, dagli NWA al movimento “Hands Across America”. A questo si aggiunge il fatto che il genere pare mutare diverse volte nel corso del film: da thriller psicologico si trasforma in slasher contemporaneo stile The Strangers o You’renext, per poi approdare a uno scenario da zombie movie. Una complicazione di tematiche e stili che evidentemente nasce come omaggio, ma che allo stesso tempo uccide la tensione e non aiuta a far emergere ciò che davvero conta dal punto di vista concettuale.

A spiccare invece su tutto è l’interpretazione di Lupita Nyong’o: davvero brillante nella parte di Adelaide / Red, l’attrice kenyota ha studiato nel dettaglio espressioni, movimenti e modulazione della voce, e supera a pieni voti l’esame della sua prima prova horror.

Parte del merito è anche di Jordan Peele, che dimostra nuovamente di saper dirigere con abilità un cast nutrito, dove tutti, dagli attori più navigati (Elisabeth Moss) ai volti più giovani (Evan Alex, Shahadi Wright Joseph, l’emergente Madison Curry: tutti inquietantissimi) si difendono egregiamente.

Concludiamo con una riflessione. Da qualche anno, il cinema horror sta vivendo un periodo d’oro: ne è una prova lampante Noi, che al suo primo weekend in cartellone ha totalizzato incassi pari a 71 milioni di dollari. Una cifra straordinaria, se si pensa che Scappa – Get out due anni fa alla sua uscita di milioni ne aveva portati a casa “solo” 30 ed era stato comunque accolto come un enorme successo. Nel mezzo ci sono stati: un Oscar alla sceneggiatura originale, il progressivo affermarsi del produttore Jason Blum e l’ascesa più felpata della Monkeypaw, giovanissima casa di produzione di Peele che tra i suoi titoli conta Blackkklansman, anch’esso premio Oscar per la sceneggiatura. Cosa ci dice questo? Che forse nel 2019 le compagnie indipendenti e il genere horror in particolare stanno contribuendo a decidere le sorti della sala cinematografica più di quanto si potrebbe pensare. Il terreno è fertile perché il cinema horror possa reinventarsi ancora una volta, aprendosi sempre più a nuovi orizzonti che ne rafforzino il ruolo di specchio e sfogo della cultura da cui proviene. Da qui il voto “consigliato” al secondo lungometraggio di Jordan Peele: un voto, lo ammettiamo, “di manica larga”, ma che vuole premiare l’apporto significativo che il regista e i suoi produttori stanno fornendo a questa causa.

Maria Triberti