Ninna nanna

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Una donna, realizzata e felicemente sposata, va in crisi alla nascita di sua figlia. Come reagire alla depressione?

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Anita e Salvo sono felici, realizzati, euforici per l’attesa della creatura che lei porta in grembo. Cui Anita dà già alcuni consigli, tramite “confessione” a una videocamera: difendi la tua libertà, lasciati sorprendere dalla bellezza che ti circonda; e non fidarti di un uomo che non beve vino… Il vino, in effetti, è la sua passione e l’ambito in cui esprimere il suo talento: Anita è un’enologa apprezzata, che cura ogni acino d’uva come se fosse un figlio. Ma quando nasce la bambina, Gioia è solo il nome che le viene affidato: perché di gioia ce n’è subito pochissima nella vita della madre, e di conseguenza di chi le sta intorno. La bambina diventa un nemico, l’amato marito – per tutti comprensivo e “santo” – un uomo che non riesce a capire cosa sta passando, suocera e le donne del paese con i loro consigli persone che si intromettono nel loro rapporto e dicono e fanno sempre la cosa sbagliata. Giorno dopo giorno, tutto va male (anche il lavoro, perfino il senso del “gusto” rischia di essere compromesso): la vita per Anita diventa un incubo…

Film su una donna e madre diretto da una coppia di registi uomini (Dario Germani, che aveva codiretto un altro film poco visto, e l’esordiente Enzo Russo), Ninna nanna è un film tanto fragile quanto sincero e onesto. Sorretto dall’ottima prova della brava Francesca Inaudi, completamente dedita al personaggio di Anita che passa di continuo da uno stato d’animo all’altro (sposa euforica e appassionata, e poi subito dopo intrattabile e iraconda), il film descrive bene i rapporti che si possono creare in una coppia dopo la nascita di un figlio, tra depressione e insicurezze della madre e involontaria ma infausta disattenzione del marito (interpretato da Fabrizio Ferracane, che si fece apprezzare in Anime nere), che sottovaluta i primi segnali e non si rende conto come una semplice, innocente parola possa creare disastri in una moglie con i nervi scoperti, per il mancato sonno e per lo stress causato da quella rivoluzione che è il diventare madre. Sicuramente la crisi avviene troppo presto dal punto di vista narrativo, ci spiazza per repentinità, e alcune scene possono risultare brusche e affrettate; ma nel complesso rendono abbastanza bene gli sbalzi di umore della protagonista, che si vergogna di quanto le accade e ha paura a dirlo anche a se stessa, come pure è efficace il contorno delle donne del paese e di conoscenti e amiche. Come Stefania, con cui è legatissima, che le dice senza capire bene cosa le stia succedendo: «Hai un marito meraviglioso, una figlia bellissima: cosa vuoi di più?».

Su tutti, si ritaglia un bello spazio lo zio Luigi interpretato da Nino Frassica, raramente così convincente nel ruolo di un uomo cialtrone e sopra le righe come spesso il comico siciliano ha tratteggiato, ma al tempo stesso saggio e capace di dire, quando serve, la parola giusta (anche per la dolorosa esperienza personale della fine del suo matrimonio, dopo la nascita del figlio). O anche dare un sonoro ceffone, a fin di bene, a una donna che sta rischiando di perdere se stessa e fare del madre alla bambina di cui è responsabile. Peccato per qualche scena inutile, in particolare quella in cui Anita apostrofa dei ragazzini che giocano, con frasi fuori luogo, per spaventarli; o inutilmente ermetica, come l’introduzione della figura di un matto del paese; o anche l’excursus – un po’ didascalico – del viaggio lampo dalla madre borderline. Ma in definitiva il film risulta interessante e discretamente ben realizzato, anche in considerazione delle sue dimensioni produttive. E si segnala, oltre come buon film quasi “tecnico” sul tema della depressione post partum, come un’opera a tratti toccante – nonostante i suoi difetti – su una donna fragile e orgogliosa che deve imparare a farsi aiutare; perché ammettere di non farcela da sola non è affatto una sconfitta.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...