Nessuno si salva da solo

Nessuno si salva da solo

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Una coppia separata rievoca i momenti del loro rapporto durante una cena.

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Quinto film da regista di Sergio Castellitto e terzo tratto da un romanzo della moglie Margaret Mazzantini dopo Non ti muovere e Venuto al mondo con cui condivide tanti elementi, tematici e stilistici: la centralità di un amore fisico e travagliato, la lotta quotidiana contro le fragilità, anche psicologiche, che minano un rapporto. E ancora: il rapporto viscerale con i figli, dominato da un senso di inadeguatezza e persino di paura di non essere all’altezza, di non farcela. Non è un film semplice Nessuno si salva da solo. Innanzitutto perché, come anche i film precedenti (e soprattutto Non ti muovere a cui assomiglia parecchio per la presenza di un amore febbrile, nervoso e inquieto), è un pugno nello stomaco. È forte e immediata l’immedesimazione dello spettatore con i due protagonisti, per la forza della loro interpretazione (con una nota di merito per Scamarcio, credibile in un ruolo complicato e non soverchiato dalla bella prova di una sofferta Jasmine Trinca), per il realismo di una vita di coppia fatta di alti e tanti bassi.

Da questo punto di vista, Castellitto non lascia molto spazio a romanticismi: si inizia subito in pieno dramma. Una cena al ristorante e un uomo e una donna dirimpetto che si lanciano accuse, dalle più banali a quelle più terribili e dolorose. Come dire che il matrimonio, anche quello nato sotto i migliori auspici, è una guerra continua e le ferite ti travolgono. Usando come cornice la sera della cena più o meno chiarificatrice, Castellitto parte inserendo numerosi flashback che raccontano in modo frammentario ma continuo la storia dei due protagonisti, Delia e Gaetano. Il loro primo incontro, l’impeto della passione, il matrimonio, l’arrivo – voluto e desiderato – dei figli; il rapporto complicato con entrambe le famiglie di appartenenza e poi, pian piano, i primi germi di una crisi che a un certo punto sembrerà travolgere tutto e tutti.

Non particolarmente originale da un punto di vista narrativo con un paio di scene di dubbio gusto o evitabili (tipo quella, notevolmente trash, della Trinca che si mette ad allattare il figlio e il marito), colpisce l’affondo umano su questi due ragazzi che si vogliono un bene dell’anima ma sbagliano in continuazione, cadono spesso e volentieri e faticano sempre di più a rialzarsi. Sono loro due e il loro carattere volubile e le loro nevrosi che quasi li portano sul ciglio della disperazione a piacerci. Perché sono veri, molto più di altri personaggi, come gli amici intellettuali della coppia, sin troppo letterari (erano così, sin troppo artificiosi e falsi, anche certi personaggi secondari di Venuto al mondo); perché sono un po’ come noi, sommersi da problemi quotidiani, fragilità caratteriali (come le continue paure sui figli di Delia, come sono vere e comprensibili!), fatti a pezzi da una vita che non lascia scampo neanche alle migliori intenzioni. C’è tanta solitudine nella vita di Delia e Gaetano: le famiglie ci sono ma, tranne poche significative eccezioni (la bella sequenza con protagonisti i genitori di lui in ospedale), incidono poco e meno ancora incidono gli amici, più compagni di bevuta o colleghi di lavoro e nemmeno troppo simpatici. Tanta solitudine che ricade sulle scelte dolorose che i due compiono e che condizioneranno pesantemente il loro rapporto. Nella narrazione Castellitto si perde qualche pezzo per strada: i personaggi secondari sono tagliati con l’accetta, la figura interpretata da Marina Rocco è sin troppo sopra le righe e decisamente poco sviluppata così come non mancano alcune sequenze enfatiche o a effetto.

In altri momenti il racconto si fa più vero: nella scena madre con la Trinca protagonista e nelle sue lacrime piene di rimpianti per un amore che è stato così vero e così grande da generare dei figli amati e voluti da sempre; in un bel finale commosso e positivo che prende le mosse da un incontro con una figura anche qui un po’ letteraria e costruita in cui è condensato il significato del film e un suggerimento per la coppia scoppiata male di Delia e Gaetano. Perché c’è bisogno di un aiuto esterno per uscire dalle secche di un rapporto a due autoreferenziale: c’è bisogno di un legame e di un giudizio per non perdere quel tesoro che è un rapporto a due. Una bella intuizione suggellata dalla sequenza di una preghiera laica che dice tutta la verità di una posizione umana fragile e comprensibile sottolineata dal titolo, tanto semplice quanto efficace.

Simone Fortunato

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