Neruda

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Un ispettore della polizia cilena si mette sulle tracce del poeta Pablo Neruda, passato alla clandestinità per aver aderito al Partito Comunista.

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Il film di Pablo Larraín è molto lontano dall’essere una semplice biografia di un uomo famoso. Per sua stessa ammissione, è un film più “nerudiano” che su Pablo Neruda; un film che vira decisamente sulla fiction e che riscostruisce con abbondanza di immaginazione la vita e la leggenda che si fondono sempre quando si parla del maggior poeta cileno. In questo il film si avvicina a quel “realismo magico” che dalla pittura è migrato fino a diventare un tratto caratteristico della letteratura sudamericana, e ora anche del cinema hollywoodiano con registi provenienti da Sud (basti pensare a film come Birdman o Revenant – Redivivo, di Alejandro Gonzales-Iñarrítu). E che ben si adatta a vicende storiche che, quando si parla di America Latina, purtroppo sono ricche di violenza e soprusi a danno dei più deboli, dalle conquiste alle dittature militari del ’900.

Ambientato nel 1948, quando Neruda (Luis Gnecco) era già ricco e famoso al punto di essere una sorta di icona nazionale, il film prende a esempio l’anno come emblematico di una carriera complicata e non poco controversa. Dalla scena iniziale, nella quale il poeta partecipa a un vero e proprio baccanale nella propria lussuosa casa insieme alla moglie pittrice Delia del Carril (Mercedes Morán), il regista non si vergogna di mostrare i paradossi e le ipocrisie di una vita contraddittoria. Ferventi comunisti, Neruda e sua moglie conducevano una vita da bohemien privilegiati, fino a quando la messa fuori legge del Partito Comunista obbliga Neruda (che era anche senatore) a scegliere di sparire, pur senza rinunciare al suo tenore di vita e ai suoi piaceri (protetto da una rete di amicizie, continua a frequentare i bordelli della città vestendosi da prete), mentre i suoi compagni vengono arrestati e mandati nei campi di detenzione.

Larraín inserisce anche il protagonista in una vera e propria detective story, quando sulle sue tracce mette l’ispettore Peluchonneau (Gael García Bernal), personaggio non si capisce quanto realistico, nella specie preso da un sacro furore che lo accompagna nella sua inchiesta, tanto che a volte pare quasi che sia una proiezione della mente stessa del poeta, preso in una hubris che lo porta a sfidare i rischi e a mostrare l’ambivalenza del Cile, stretto tra sogni e dittature, con risultati a volte grotteschi, altre anche comici.

Gli amanti della letteratura latinoamericana troveranno sicuramente echi della prosa di Jorge Luis Borges, uno dei più creativi e fecondi romanzieri contemporanei. Ma anche chi ignora la storia dei paesi a sud degli Stati Uniti avrà occasione per imparare, da un film spesso tragicomico (anche se gravato da un ritmo a tratti catatonico), la lotta contro la tirannia di un uomo esagerato, ipocrita, incosciente, eppure indiscutibilmente geniale.

Beppe Musicco

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