Natale in Sudafrica

Natale in Sudafrica

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Una vacanza in Sudafrica tra tradimenti, sospetti, equivoci.

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Più un copia-incolla di situazioni già viste, che un film vero e proprio. Volgare, dopo che negli ultimi episodi si era cercato di diluire l'elemento erotico e scollacciato, Natale in Sudafrica si regge sui soliti punti di forza. Innanzitutto, il buon feeling tra i quattro protagonisti: De Sica e Ghini, ormai già collaudati, si separano e sono affiancati rispettivamente da Max Tortora e Giorgio Panariello, attori capaci, se ben diretti, di dare il meglio di sé. Si pensi ad esempio proprio al caso di Panariello inguardabile in Sharm el Sheik e sotto tono più volte sul grande schermo (Bagnomaria, Al momento giusto) e invece qui discreto intrattenitore, anche simpatico. Il merito è, come sempre, di Neri Parenti, vecchia volpe del cinema medio-basso italiano (30 anni di film, tra cui molti Fantozzi, i due Fracchia, e numerosissimi cinepanettoni) e di una squadra di sceneggiatori che giocherà pure sugli stessi (pochi) elementi, ma sa giocare e sa anche rifilare un paio di battute davvero divertenti. Il problema è che sono sempre le solite quattro cose: così dopo mezz'ora, nonostante qualche momento in cui si fatica a non sghignazzare, la storia, prevedibilissima, perde mordente, ritmo e anche simpatia. Più di tutto, quello che comincia a non funzionare più è lo schema troppo rigido: diverse coppie di personaggi opposti, divise da un punto di vista regionale e anche dal punto di vista anagrafico. Scelta consapevole per andare incontro a tutti gli spettatori, di qualsiasi regione e qualsiasi età. Ma, se De Sica & Co. funzionano anche per l'esperienza, i ragazzi (Laura Natalia Esquivel, Brenno Placido, Alessandro Cacelli) sono protagonisti di un episodio piattissimo, mai comico che anzi condiziona pesantemente la storia collegata con protagonisti Ghini, Panariello e Belen Rodriguez. E a proposito di Belen: è meno disastrosa di quanto ci aspettassimo. E il suo personaggio, narrativamente esile per usare un eufemismo, rimanda, seppure alla lontana, a quei personaggi incredibili delle commedie scollacciate degli anni 70 e 80, le varie Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Annamaria Rizzoli, persino Pamela Prati, corpi ma spesso attrici (si pensi, in altro ambito, alle prove della Fenech per Mario Bava o alla Bouchet di Milano calibro 9) di numerosissimi film “chiappa e spada” volgari, spesso volgarissimi ma anche più compatti a livello cinematografico. In poche parole, quello di un tempo era più cinema, per quanto basso e popolare, e meno teatrino.,Simone Fortunato,

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