My Son, My Son, What Have Ye Done?

My Son, My Son, What Have Ye Done?

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Film surrealista di Werner Herzog: un giovane inizia un cammino di discesa nella follia, fino all’assassinio della madre.

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William Dafoe veste i panni del detective Havenhurst, chiamato ad indagare sull’assassinio di un’anziana signora. In realtà basta poco tempo per trovare il colpevole. Arrivato infatti sul luogo del delitto, il detective sorprende il giovane Brad, figlio della donna, serrato nell’abitazione con due ostaggi (perlomeno così sembra). Iniziano dunque i tentativi di Havenhurst per convincere il ragazzo a deporre l’ascia di guerra, ma questo risulta evidentemente vittima di una mente assai fragile e squilibrata. Ed ecco che lo spettatore farà un salto all’interno di questa misteriosa psiche, analizzata attraverso i racconti della fidanzata e del medico curante.,Accogliendo un invito del visionario David Lynch, produttore del film, Werner Herzog scrive e dirige un film particolare, dove scava a fondo la mente dell’uomo alla ricerca delle dinamiche della follia. Da un certo punto di vista lo spettatore è ben condotto in questi oscuri meandri, grazie ad alcune scene efficaci: in particolare è curiosa l’analogia che si viene a creare tra la vicenda di Brad, impegnato nelle prove teatrali dell’Elettra, e la stessa tragedia di Sofocle, dove Oreste uccideva la madre Clitemnestra. Eccezionale è anche la performance di Michael Shannon (candidato all’Oscar per Revolutionary road) abilissimo nel caricare la follia di una vasta gamma di espressioni, senza fissarsi su una stessa soluzione e bravo ad evitare gli eccessi che avrebbero reso fastidioso il personaggio. D’altra parte lasciano un po’ basiti le cause che vengono individuate per spiegare certi comportamenti: a portare Brad fuori strada, sembra sia stato infatti un fervente sentimento religioso, l’interrogarsi troppo attorno a Dio e al significato dell’uomo, l’aver provato a comprendere la realtà attraverso la ragione (quasi che a trascinare verso la follia sia il farsi certe domande). Un ruolo decisivo in questa degenerazione mentale, lo gioca la madre, personaggio stralunato, pienamente lynchiano (non per niente interpretata da Grace Zabriskie, protagonista di Inland Empire, Fuoco cammina con me, Cuore selvaggio e I segreti di Twin Peaks) che invade ripetutamente l’intimità del figlio levandogli ogni spazio di libertà. Ancora, gravano sul ritmo del film lunghi tempi morti, scene incomprensibili messe lì per raggiungere l’ora e mezza accademica.,Nonostante questa discesa agli inferi, Brad conserva comunque una sua umanità ancora in grado di affascinare. Come Herzog, è attratto dalla natura esotica e per questo accudisce in casa dei fenicotteri (sono loro i due ostaggi…), riportandoci così a una costante del recente cinema del regista (si pensi a Grizzly Man, a Encounters at the end of the World e alle iguane de Il cattivo tenente). Ancora, in rari momenti di lucidità, è in grado di turbare gli amici con domande profonde sulla vita e per questo la fidanzata, nonostante tutto, decide di rimanergli accanto. ,In definitiva un film incompiuto, con molti momenti fin troppo lenti. Che pure termina con un’immagine significativa: una lunga ripresa su un pallone da basket incastrato tra i rami. È proprio il pallone di Brad, simbolo della sua infanzia innocente: sta lì, non visto da nessuno, in attesa che un bambino raccolga quell’eredità.,Andrea Puglia,

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