My name is Tanino

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Le tragicomiche disavventure di un ragazzo siciliano in America.

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Tanino è un ragazzo che ama il cinema e vuole scoprire il mondo. Dal paesino di Castelluzzo si troverà, dopo aver fatto colpo su una biondina americana, nel Rhode Island in una famiglia dell’alta borghesia di provincia dove il suo passaggio sarà un tornado di affetti, risentimenti, imbarazzi e gaffe (e si rischia anche la tragedia), per poi fidanzarsi con una cicciona italo-americana, figlia del sindaco mafioso della città, e infine a New York. Dove conoscerà finalmente il suo mito, il cineasta undergorund Seymour Chinawsky: ma entusiasmo e delusione saranno un curioso impasto di sentimenti.

Il nuovo (fino a un certo punto, era fermo da due anni per motivi produttivi) film di Paolo Virzì è la non originalissima scoperta dell’America dell’italiano pieno di sogni, raccontata tante volte. Ma la storia – raccontata fuori campo per lettera all’amico militante di sinistra – di questo Candido di nome Tanino, che cerca a fatica di diventare un uomo ma vuole anche divertirsi, è allegra, tenera, caotica, anche un po’ triste. Ma soprattutto piena di vitalità. Non c’è il ritmo frenetico senza perdite di colpi e neppure il tono di malinconica profondità di Ovosodo (fin dal titolo, davvero il film più interessante di Virzì, con quello strano paragone per definire quel magone “che non va ne su né giù” in un giovane che cerca il senso della sua esistenza e non lo trova); non è drammatico come La bella vita o fulminante come Ferie d’agosto, il film che fotografò con lucidità l’Italia che scopriva il bipolarismo destra-sinistra. E i notevoli problemi produttivi che hanno costellato la sua lavorazione non potevano non farsi sentire. Ma è comunque un film che merita considerazione e simpatia, almeno pari a quella che Virzì mostra sempre per i personaggi che racconta, con affetto e senza cinismo.

Antonio Autieri

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