My name is Emily

My name is Emily

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Emily, ragazza forte e intelligente, parte insieme ad Arden, un compagno di classe invaghito di lei, alla ricerca del padre internato in un ospedale psichiatrico a causa della morte della moglie.

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Robert è un scrittore filosofo che finisce per essere internato in un istituto psichiatrico nel nord dell’Irlanda dopo la tragica morte della moglie, che distrugge il suo già fragile equilibrio mentale portandolo a comportamenti ossessivi e vagheggiamenti di nuove teorie sull’origine della materia e dell’essere umano.  La figlia Emily (Evanna Lynch) cresciuta nell’adorazione del padre e in una forte formazione filosofica, è affidata a una famiglia affettuosa e costretta ad adattarsi a nuovi ambienti famigliari e scolastici, senza mai dimenticare di mantenere un forte rapporto con il padre, attraverso le frequenti lettere che i due si scambiano. Difficoltà di interazione e un forte senso critico le alienano la simpatia di compagni ed insegnanti, ad eccezione di Arden, coetaneo innamorato di lei, che si offrirà di aiutarla quando le lettere che il padre le inviava smettono di arrivare. I due partiranno per un viaggio in auto attraverso l’Irlanda rurale per sistemare antichi rapporti, crearne di nuovi e far nascere nuove consapevolezze.
Vuole essere innanzitutto una storia di formazione quella di Simon Fitzmaurice, che punta sin dall’apertura sui tratti anticonvenzionali dei propri protagonisti: un padre amorevole e svagato, dalle idee e comportamenti originali, una madre bellissima, musa del marito e rifugio per Emily, la quale cresce nel mito dei propri genitori e che sarà, già lo intravediamo, ragazza emancipata ed indipendente. La sua voce fuoricampo porta avanti in modo insistente e spesso didascalico la narrazione nella prima parte del film, che inizia a mostrare i primi difetti nell’incapacità di districarsi in mezzo a fragili filosofie adolescenziali, che però non troveranno alcuno sviluppo nel prosieguo della pellicola; allo stesso modo rimane a stato embrionale la scrittura dell’intero film, basato su personaggi che sembrano costruiti per metà e battute che non riescono ad approfondire la complessità del dramma di diventare adulti attraverso le difficoltà che la vita ci pone davanti. La pellicola tenta poi di trasformarsi in un road-movie, e nella parte centrale – la più riuscita e coinvolgente – sviluppa in modo più spontaneo e godibile le personalità di Arden e Emily, evidenziandone fragilità, desideri e aspettative, e calandoli nelle bellissime scenografie delle campagne irlandesi, luoghi di crescita e scoperta di sé. Un inaspettato crollo della qualità della narrazione si ha tuttavia sul finale, che scioglierà i nodi fin lì creatisi, rompendo l’equilibrio costruito e imboccando direzioni che lasciano francamente perplessi per ingenuità di contenuti e fragilità dei dialoghi.
Il doppiaggio italiano poi abbassa il livello della recitazione complessiva del film, che ad eccezione di Evanna Lynch, soffre di un’infelice scelta di attori, con un George Webster ingessato e inadeguato nel ruolo di Arden e Michael Smiley spesso incapace di restituire la drammaticità del personaggio di Robert.
Dispiace vedere un’opera che negli intenti cerca di dare messaggi di una certa complessità e di sicuro valore, nei quali il regista crede fortemente, ma che finisce per perdersi in un lirismo di scarsa qualità che non solo rende difficilmente digeribili i ritmi del film, ma che si lascia scivolare addosso quelle stesse tematiche che avrebbero dovuto essere il cuore della narrazione. Adeguato forse ad un pubblico di giovani adolescenti per affinità di esperienze e percezioni (ma con una produzione indipendente che difficilmente riuscirà ad arrivare a tale pubblico), My name is Emily risulta in definitiva insufficiente agli occhi degli spettatori più adulti, che percepiranno nettissima la mancanza della sostanza della costruzione della storia.

PS: Apprendiamo con grande dispiacere, a pochi giorni dall’uscita del film, della morte del regista Simon Fitzmaurice, affetto da sclerosi laterale amiotrofica dal 2008, che ha ideato e realizzato questo film con il solo supporto della tecnologia di riconoscimento dell’iride Eye Gaze, grazie alla quale ha potuto comunicare con la sua troupe in tutte le fasi di creazione dell’opera.

Sulla sua autobiografia è basato un bellissimo documentario realizzato da Franckie Fenton nel 2016 dal titolo It’s not yet dark, presentato al Sundance Film Festival.

Letizia Cilea

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