Mute

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Leo è un barista muto in una Berlino futuristica, fidanzato con una ragazza che lavora nel suo stesso bar. Quando lei scompare inizia a cercarla per tutta la città, scendendo sempre più nei bassifondi…

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Leo è sordo perché in seguito ad un incidente, quando era bambino, non è stato curato da parte dalla famiglia, che, appartenendo alla comunità Amish, rifiuta la tecnologia. È sordo dalla nascita e rifiuta di farsi curare, ma poco importa, perché la sua ragazza Naadine lo ama così. Lei però un giorno scompare nel nulla, allora Leo, seguendo dei labili indizi, si mette alla ricerca e si ritroverà nel sottobosco malato della città; un mondo di malavita, prostituzione e pedofilia. La sua strada poi si andrà ad incrociare (pericolosamente) con quella di due chirurghi americani corrotti.
Duncan Jones, genietto della fantascienza, autore di due “semplici” perle come Moon e Source Code (ma anche del fallimentare Warcraft – L’inizio), trasforma in film con il sostegno economico di Netflix (40 milioni) una sceneggiatura che aveva scritto nel cassetto dal 2003. Netflix ormai è un colosso di investimenti e nell’ultimo anno si è data parecchio da fare per portare sui propri (piccoli) schermi grandi autori del panorama mondiale: prima Bong Joon-ho (con il brutto Okja) poi Noah Baumbach (The Meyerowitz Stories) e l’imminente nuovo kolossal di Martin Scorsese (The Irishman, che mai vedrà le sale). Ora Duncan Jones, con questo film molto voluto e purtroppo sbagliato.
Mute è un film sbagliato: uno sbaglio, ma uno sbaglio d’autore. La trama non avvince troppo in una durata decisamente eccessiva per quello che accade; il ritmo ne risente, e soffre di una parte centrale decisamente noiosa, ma come soffre anche di accumulo. Accumulo di temi spesso poco sfruttati (la fede Amish è totalmente inutile a definire il personaggio, e pure la pedofilia è un po’ troppo impegnativo come tema per poter essere solo “buttato lì”), accumulo di personaggi e situazioni secondarie che dilatano soltanto i tempi. Duncan Jones sembra perdersi nelle troppe idee e troppe intuizioni, nella lussureggiante e meravigliosa descrizione della multietnica Berlino futuristica, tra Blade Runner e Brazil (scenografie di Gavin Bocquet, fotografia di Gary Shaw). Chi ne risente di tutto questo sono i personaggi, incastonati in caratterizzazioni eccessive e recitazione sopra le righe, su tutti Justin Theroux con parrucchino biondo che sembra Bardem in Skyfall.
È un film sbagliato quindi, eppure, nonostante tutto, rimane innegabile la sincerità del regista nel voler raccontare questa storia. Il tema del film, il tema che gli è caro è la paternità e in qualche modo il mistero di un amore gratuito. In quel mondo del futuro, ma anche in questo mondo di adesso, colpisce sempre che possa nascere un affetto che sembrerebbe immotivato e irragionevole. Dopo due ore di un film un po’ confuse, dove si assiste alle peggio bassezze di umanità decadente, si capisce dove Duncan Jones voleva arrivare, e si è quasi portati a perdonare tutti i (numerosi) difetti. E quando alla fine appare la dedica ai genitori del regista, il padre David Bowie e Marion, non la madre biologica ma la donna che lo ha cresciuto, un po’ ci si commuove.

Riccardo Copreni

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