Mudbound

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La storia di due famiglie, i proprietari terrieri di terreni coltivabili nel profondo sud degli Stati Uniti e i mezzadri di colore, tra la fine degli anni 30 e la fine degli anni 40.

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Si inizia con due uomini, due fratelli che scavano una fossa in mezzo al fango per seppellire il padre, e poi il funerale con la moglie del fratello maggiore e due piccole bambine, quando passa su un carro una famiglia di colore e traspare una tensione tra i membri delle due famiglie… Si torna poi indietro nel tempo e le voci narranti dei vari personaggi che raccontano in un flusso di ricordi e coscienze gli avvenimenti di diversi anni: un matrimonio non troppo felice, il rapporto tra fratelli, il rapporto con il vecchio padre razzista, il tentativo di fare fortuna con la vita contadina; la miseria della vita dei mezzadri, l’amore di una madre per i suoi figli, poi la guerra e il ritorno a casa, e l’amicizia scandalosa tra il primogenito di colore è il fratello minore bianco.

Tratto dal romanzo Fiori nel fango di Hillary Jordan, Mudbound della regista afroamericana Dee Rees è stato pensato per il cinema e presentato (con successo) al Sundance 2017 ancora senza distribuzione e poi acquistato e distribuito da Netflix in tutto il mondo, con una fugace apparizione in sala negli Stati Uniti per poter concorrere agli Oscar. È un peccato non poterlo vedere al cinema perché rimane un prodotto di un folgorante fascino visivo e narrativo, con la forza di un film corale, un’epopea, che sul grande schermo avrebbe potuto avere un impatto ancora maggiore. Rimane di sicuro il migliore tra i prodotti originali Netflix.
Ci sono echi di Malick nella scrittura regista di Dee Rees: quel tipo di realismo magico, il voice over, i meravigliosi paesaggi naturali, gli sguardi, i gesti; ma tutto incanalato nella struttura narrativa di un classico melodramma pastorale. Perché Mudbound attinge da una narrativa e un vissuto propriamente americano: la narrativa di Steinbeck e di Faulkner, del profondo sud, della carne e del fango. Il più grande pregio di questo film è infatti l’aver raccontato la carne, il sangue, la terra, un’umanità carnale e debole in cui anche i più grandi slanci di amore e affetto portano solo conseguenze tragiche, in un mondo dove la grazia, la misericordia e il perdono sembrano solo vaghi ricordi di una realtà impossibile. Una volta tanto il tema della discriminazione razziale è raccontato attraverso un’amicizia impossibile cogliendo uno straordinario punto di verità: ciò che cambia veramente le cose è uno sguardo umano, un affetto sincero. Ma anche quell’affetto, non porta altro che violenza e morte e fa sprofondare ancora di più i personaggi nel fango che li circonda, in uno scenario desolante quasi da tragedia greca.
Nel finale però la storia trova una conclusione per nulla scontata ma carica di speranza; nonostante tutto lo squallore, rimane la fede nel cuore e nel destino dell’uomo.

Riccardo Copreni

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