Mr Peabody e Sherman

Mr Peabody e Sherman

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Un cane geniale e il figlio adottato in viaggio con una macchina del tempo nel passato.

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Film n°28 targato Dreamworks Animation che ci ha sempre abituati a prodotti di qualità notevole, almeno da un punto di vista tecnico, un po' più discutibili sul piano di temi, vicende e personaggi, con almeno un'eccezione: la grande umanissima fiaba di Dragon Trainer. Per la regia di Rob Minkoff (lo stesso di Stuart Little e Il re leone), esce Mr. Peabody e Sherman e non manca qualche elemento problematico. Da un lato, la solita perfezione tecnica, con cui la recente produzione Dreamworks si avvicina ai rivali della Pixar: movimento fluido dei personaggi in campo, colori vividi, grande realismo e notevole ritmo, tutte caratteristiche che avevano segnato film come Madagascar 3, I Croods, Le 5 leggende, lo stesso Turbo e che segnano anche la vicenda del film di Minkoff. Ed è da guardare con simpatia la storia originale di Mr Peabody, che punta forse a un pubblico più grandicello di quello di Madagascar o I Croods. Si viaggia e si viaggia tanto nella Storia di cui i nostri due eroi modificano il corso, più o meno volontariamente. Si incontra gente come Maria Antonietta e Robespierre, i faraoni dell'Antico Egitto, Lincoln e Washington, persino Leonardo Da Vinci e gli eroi della guerra di Troia in quelli che paiono i momenti più divertenti. Il tutto raccontato con mestiere, senso del ritmo e un gusto a volte per l'assurdo da Minkoff che lavora su una sceneggiatura di Craigh Wright, al primo lungometraggio dopo tante serie televisive. ,Ecco, appunto: Minkoff. Già regista di un film controverso o comunque discutibile per alcuni aspetti come Il re leone, storia affascinante e violenta, e di Stuart Little e del seguito, oltre che di un paio di lungometraggi non d'animazione e dimenticabili come Il regno proibito e Le regole della truffa, il regista californiano porta avanti da un discorso coerente anche se dai risvolti discutibili. Famiglie diverse, adozioni tra specie distanti: Il re leone era, oltre a una grande avventura all'insegna della scoperta di sé, il racconto di un cucciolo tirato su da una famiglia bislacca e divertente che predicava una vita semplice e senza troppi pensieri; Stuart Little era addirittura un topino bianco adottato da una famiglia umana. E ora Peabody: un cane superintelligente, con il cravattino rosso e i modi flemmatici, che non si comporta da cane e che anzi il mondo dei cani non lo frequenta per nulla. È un genialoide, un po' scienziato, un po' artista, con un grande gusto per le cose belle: sembrerebbe un uomo in tutto e per tutto e invece è un cane a cui disturba un po' il fatto di esserlo. I vari, non molto incidenti antagonisti, gli rinfacciano spesso questa cosa. Soprattutto colpisce che l'asse portante del film sia su questa linea padre-figlio, ovvero tra Peabody e un bambino di 7 anni, Sherman, abbandonato in fasce e adottato secondo la legge (c'è pure la sequenza in cui un giudice afferma che se un bambino può adottare un cane allora può valere anche il contrario). Il rapporto tra i due protagonisti è centrale nel film, molto più che le sequenze d'avventura nella Storia simpatiche ma che appaiono come un diversivo rispetto alla vicenda fondamentale. Il diventare grandi sulle orme di un adulto che ti vuol bene, ti corregge da lontano senza imporre (troppo) la propria volontà e le proprie decisioni. Un adulto che ti fa usare la testa e guarda con simpatia al figlio quando comincia a notare le ragazze (la compagna di scuola, dapprima insopportabile e crudele nel pregiudizio, poi più umana e simpatica). Minkoff, insomma, spinge l'acceleratore sul tema della diversità, del pregiudizio sbagliato e sulla serenità di un ragazzino che ha anche momenti di difficoltà con il padre poi ripianati senza troppe conseguenze. ,D'altro canto i cattivi, in realtà molto deboli nell'economia del racconto, sono figure istituzionali oscurantiste e poco ragionevoli: un'assistente sociale che vorrebbe togliere la patria potestà canina, un preside pavido e poco intelligente. Come dire: girare un film fortemente metaforico e lasciare al pubblico l'opportunità di trovare la chiave più consona al proprio gusto e alla propria storia personale. Esaltazione della famiglia allargata, monogenitoriale o omosessuale, come qualche addetto ai lavori notava? Oppure una semplice divagazione dal tema della diversità, da sempre cardine del mondo dell'animazione e, ancora prima delle fiabe. Noi propendiamo per quest'ultima ipotesi anche se rimangono alcuni momenti critici, come il sottotesto affettivo sentimentale davvero fuori luogo. Certo, rimanendo sul tema della diversità e del diventare grandi, il paragone con i più grandi film per ragazzi del genere sorge spontaneo. Film come il semplicissimo e struggente La gabbianella e il gatto o Alla ricerca di Nemo avevano come cuore pulsante le due parole che anche in Mr Peabody si ritrovano, paternità e diversità ma espresse con ben altra efficacia e poesia rispetto a un film in cui ogni sequenza è tematizzata e pare tanto una dichiarazione di intenti.,Simone Fortunato,

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