Mr. Beaver

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Un uomo, vittima di una grave forma di depressione, precipita in un baratro fatto di solitudine e alcool. Si riprenderà grazie a un aiuto inaspettato: quello di un pupazzo.

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Film bizzarro e strano, non facilissimo a una prima lettura. E’ una storia di ferite, rimpianti e disperazione, almeno all’inizio. Walter Black – Mel Gibson, bravo, in un ruolo non facile per lui – vede crollare tutto sotto i piedi. L’azienda di giocattoli ereditata dal padre è in crisi; la famiglia, composta da moglie e due figli, è sul punto di crollare. Soprattutto, non c’è un amico, nemmeno all’orizzonte, con cui confrontarsi e condividere i tanti dolori. Non rimane che l’alcool e il balcone del decimo piano di uno squallido albergo da cui prendere il volo. O forse no…

Il film n° 4 da regista di Jodie Foster – qui anche nei panni della moglie del protagonista – è di certo il suo film più personale e riuscito. E anche il più coraggioso: prende sul serio un argomento complicato come la depressione e lo affronta giocando senz’altro con il ruolo e il carisma di Gibson che con la depressione, l’alcool, gli insuccessi e l’abbandono ha avuto e forse ha ancora dimestichezza (l’attore è amico da tanti anni della Foster, che l’ha scelto anche per aiutarlo, appunto, a uscire dai recenti problemi). La forza del film, che combina in modo intelligente toni drammatici e più leggeri, è quella di affrontare il tema non da un punto di vista psicologico o peggio ancora clinico ma dal punto di vista dei rapporti umani e dell’orizzonte ultimo a cui i protagonisti guardano, seppur in molti momenti in maniera inconscia, ossia la felicità. La metafora del castoro-pupazzo con cui il protagonista si relaziona è centrata e ricorda, pur tra le differenze tra i due film, il poetico Lars e una ragazza tutta sua in cui il giovane Ryan Gosling mostrava la sua difficoltà nel relazionarsi con il mondo fidanzandosi con una bambola di silicone. Là la bambola era una richiesta di aiuto presa sul serio dalla comunità; qui il castoro, dopo le prime inevitabili perplessità, viene accettato dalla famiglia.

La sceneggiatura di Kyle Killen segue due storie che si specchiano l’una nell’altra: quella di Walter e del rapporto con la malattia da un lato e quella, assai fine e delicata, del figlio adolescente (l’ottimo Anton Yelchin), che appunta su bigliettini le somiglianze col padre (per cercare, dolorosamente, di eliminarle), e del rapporto con una compagna di studi, interpretata da Jennifer Lawrence, pure lei ferita da tante difficoltà in famiglia. In entrambe le storie la soluzione al problema non sta in un prontuario di buone maniere o in un elenco di farmaci, ma in un rapporto serio con al centro la cura dell’altro. Walter Black rinasce nel momento in cui taglia letteralmente con se stesso e con il pupazzo, fidandosi di chi non l’ha mai abbandonato veramente; i due ragazzi si scoprono compagni di cammino, più che fidanzatini, quando decidono di prendere sul serio ciò che ha davvero segnato nel bene e nel male la propria vita. E quando decidono di mettere nero su bianco – che bella la metafora dei graffiti – ciò che li unisce. Come ricorda il bel finale, “Non tutto andrà bene nella vita, ma non bisogna per forza essere soli”.

Simone Fortunato

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