Momenti che non passano

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Una riflessione su Rutger Hauer e il suo celebre monologo che l’ha consegnato alla storia del cinema. Passando per altri momenti cinematograficamente memorabili

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È sempre ingiusto ridurre la vita di un uomo ad un solo momento. Di nessuno conosciamo abbastanza le maggiori ricchezze. È certamente ingeneroso condensare la vita di un attore in un momento soltanto, anche se Rutger Hauer, l’attore che ci è mancato pochi giorni fa, ad un solo breve monologo deve la sua persistenza nella memoria di tutti. Accadono momenti nella vita nostra che sono irriducibili a tutti gli altri: la nascita di un figlio, la morte di un padre, l’unione con la sposa, l’incontro col significato bramato dal cuore. Anche nel cinema ricordiamo irriducibili momenti, che tuttora, a rivederli, quello stesso cuore ogni volta sommuovono. Ogni amante del cinema ha ben presenti i propri: chi scrive ricorda la piccola Scout che gioca con l’orologio del padre Atticus/Peck ne Il buio oltre la siepe, il grido disperato («Voglio tornare a vivere!!! Fammi vivere! Ti prego, Dio, fammi vivere ancora!») di George Bailey/Stewart ne La vita è meravigliosa,  il ballo sotto la pioggia, paradigma della felicità, di Don Lokwood/Gene Kelly nel più bel musical di tutti i tempi (Cantando sotto la pioggia), il discorso del piccolo barbiere ebreo ne Il grande dittatore, Ethan Edwards/John Wayne, che se ne va, senza entrare nella casa, alla fine di Sentieri selvaggi, e poi…

Tanti altri momenti, ma uno in particolare ha rammentato a chi scrive la carriera d’attore di Rutger Hauer e si trova ne il Sogno di una notte di mezza estate di Michael Hoffmann (1999), che sicuramente non è uno dei migliori film scespiriani,  eppure… Una compagnia scalcinata di attori dilettanti rappresenta nel palazzo di Teseo, signore di Atene, la tragica storia d’amore di Piramo e Tisbe. Per l’incapacità recitativa dell’improvvisata compagnia la tragedia si tramuta in farsa e le scene serie in comicità del tutto involontaria. Tutti gli astanti ridono delle goffaggini dei poveri attori, fino a quando il giovane Francis Flute, nelle vesti muliebri di Tisbe, entra per recitare la scena madre dell’opera, il compianto del defunto amato Piramo, esanime sulla scena. Shakespeare lo ha battezzato Flute, cioè Flauto, forse perché il personaggio ha finora sempre recitato la parte in un ridicolo falsetto, ma ora, ora (attenti, se lo vedete, al mutamento della voce) Sam Rockwell/Flute diventa Tisbe e la recitazione da teatrale si fa vera, cioè teatrale davvero. Gli spettatori nel film e del film ora si possono diversamente specchiare, mutano atteggiamento e il divertimento a spese degli attori lascia il posto alla commozione e al silenzio e all’applauso sentito. Ecco, a Rutger Hauer dobbiamo uno di quei momenti che non è vero che passano «come lacrime nella pioggia» e gliene siamo tanto grati.

Mario Triberti

Il celebre monologo di Roy Batty/Rutger Hauer in Blade Runner (1982)

Il monologo di Sam Rockwell / Thisbe in Sogno di una notte di mezza estate (1999)

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