Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibilmente vicino

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Un ragazzino con problemi psichici si mette alla ricerca di un messaggio lasciatogli dal padre, morto l’11 settembre.

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Le ferite dell'11 settembre sono ben lungi dall’essere rimarginate, c’è qualcosa che cova ancora sotto, un malessere che cerca di dare un senso a un atto assurdo, e che per questo periodicamente ritorna a manifestarsi. Molto forte, incredibilmente vicino, che proprio di questo parla, è diretto da Stephen Daldry (Billy Elliott, The Hours, The Reader), tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer (Ogni cosa è illuminata) e sceneggiato da Eric Roth (Forrest Gump). A questo trio va aggiunto un cast di attori famosi (Tom Hanks, Sandra Bullock, Max Von Sydow) e altri bravissimi, a cominciare dal piccolo protagonista, Thomas Horn. Questi interpreta Oskar, un ragazzino di New York lievemente autistico. Oskar è molto intelligente, ma ha problemi a relazionarsi con gli altri, ha timore dei mezzi pubblici e per tranquillizzarsi dall’angoscia che spesso lo prende porta con se un tamburello a sonagli che fa suonare in continuazione. Il padre (Tom Hanks), piccolo gioielliere, è morto perché si trovava in una delle torri crollate l’11 settembre e Oskar convive a fatica col trauma, che chiama “il giorno più brutto”. Col padre aveva un rapporto speciale e creativo, insieme inventavano storie e una specie di caccia al tesoro per ritrovare “il sesto distretto scomparso” di New York (la città ne ha solo cinque). Da quando ha trovato tra gli effetti del padre una busta con una chiave e un nome, Black, si convince che questo nome possa svelargli un ultimo messaggio del defunto. Il ragazzino si mette così scientificamente alla ricerca di tutte le quattrocento e passa persone che portano quel cognome a New York, per sapere da loro se conoscessero suo padre e cosa la chiave possa aprire. Ad accompagnarlo nella sua ricerca, per un certo periodo, anche un uomo anziano noto solo come “l’inquilino”, perché abita in una stanza della casa della nonna di Oskar. Costui (Max Von Sydow) non parla (non sappiamo se per scelta o meno), ma si esprime solo scrivendo sulle pagine di un taccuino o alzando i palmi delle mani sui quali sono tatuati le parole “sì” e “no”. La scelta di traslare il dolore di molti nella figura di uno solo – e, nel caso, un bambino con un disagio psicologico e un rapporto difficoltoso con una madre che sembra estranea – è rischiosa, e gli autori del film non sembrano esserne sempre consapevoli: già si fa fatica ad accettare una vicenda così poco realistica (ma a New York un undicenne con un handicap può andarsene in giro per la città da solo e senza rischi? E tutti sono così buoni e comprensivi da dargli retta?), poi la caduta nel sentimentale o nel ricattatorio è sempre dietro l’angolo, e il film spesso ci casca, con lunghe riflessioni che avvengono nella testa di Oskar e che sembrano messe lì a bella posta per rimarcarne l’acutezza speciale. L’intento catartico del film così si diluisce molto, lasciando lo spettatore con una sensazione di incompiutezza, che la commozione suscitata dalla vicenda di Oskar non basta a soddisfare.,Beppe Musicco,

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