Miss Sloane – Giochi di potere

Miss Sloane – Giochi di potere

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Una lobbysta aggressiva e vincente abbandona la sua potente agenzia per dedicarsi – per puro interesse – a una nobile causa: la battaglia contro le armi. Sempre con il suo stile spregiudicato.

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La storia si apre con un processo: alla sbarra c’è Elizabeth Sloane, lobbysta con qualche scheletro nell’armadio, indagata di gravi reati da una Commissione del Senato Usa. Poi l’azione torna indietro di tre mesi e una settimana per farci vedere la parabola discendente di una donna ancora giovane, aggressiva, che non vuole relazioni né tanto meno figli (e che per soddisfarsi, al bisogno, paga giovani e aitanti uomini di un’agenzia specializzata in compagnia per signore…), che in tre mesi appunto cade in disgrazia. All’inizio la vediamo lavorare per una società legata a un’area conservatrice: i suoi capi vedono bene la proposta che arriva da un gruppo legato ai produttori di armi che vogliono contrastare le  iniziative di leggi tese a limitarne l’uso (foriere di stragi in tutto il Paese, anche di giovanissimi), coinvolgendo le donne in una grande campagna. Ma “miss Sloane” non ci sta: e non solo smonta l’idea, ma passa al campo avverso, una piccola agenzia che si batte contro questa piaga, cercando di fare ostruzione contro una proposta di legge che allarga i possibili usi… Lei salta la barricata, portandosi alcuni brillanti e giovani colleghi (ma la fedele assistente non la segue: un grosso smacco per lei), ma sempre senza idealismi e anzi con tanta spregiudicatezza, che le faranno ottenere inizialmente qualcosa, ma poi la porteranno a comportarsi senza controllo su tutto e tutti. E quando si cade in disgrazia, qualcuno ne approfitta: da qui il processo, in cui l’avvocato le suggerisce di non rispondere mai («mi appello al Quinto emendamento…»). Ma ovviamente non ce la fa.

Miss Sloane è un film inizialmente complesso – ma sempre con un ritmo veloce e ottimi dialoghi – ma pian piano si chiariscono come in un puzzle i vari elementi di una battaglia senza esclusione di colpi. La protagonista è una donna che ha eliminato la propria femminilità (che certo non è riscoperta, istinti a parte, negli appuntamenti a pagamento), dalla battuta sarcastica («cinico è quel che dicono gli ingenui…»), che non guarda in faccia a nessuno per ottenere quel che vuole. Come capirà la giovane ma già esperta collega, che le confida un fatto privato e che tale dovrebbe rimanere. Ma lei ha sempre la risposta pronta: «Mi hanno assunto per vincere, senza badare ai mezzi per la causa».

Il film a un certo punto inizia ad accumulare colpi di scena, forse troppi e troppo in fretta. Ma si fa apprezzare, anche nel finale ad effetto, grazie a una lucidità – venata di pessimismo sulla democrazia americana – nell’affronto di temi delicati, a sceneggiatura e dialoghi scritti con grande arguzia e brillantezza, a una regia funzionale ma non piatta (John Madden, che ha alternato flop come Il mandolino del capitan Corelli o Proof a successi come Shakespeare in love o Marigold Hotel) e a un’attrice meravigliosa come Jessica Chastain. E se nel finale alcuni colpi di scena a tamburo battente sembrano far pensare a una chiusura un po’ facile e quasi trionfale della vicenda, l’epilogo amaro e dimesso riporta la storia a una dimensione non certo consolatoria, ma di duro attacco a un sistema che mostra il suo lato oscuro.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...