Miracolo a S.Anna

Miracolo a S.Anna

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Seconda Guerra mondiale. Quattro solatdi afroamericani si ritrovano tagliati fuori dalla propria compagnia nel paesino di Sant’Anna di Stazzema.

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Film imperfetto, non privo di difetti anche diffusi, ma che non meritava l’accoglienza che ha avuto. “Un finale bamboccesco”, ha sentenziato Paolo Mereghetti sulle colonne del Corriere della Sera. E poi gli attacchi dell’ANPI, l’associazione dei partigiani, che hanno visto nel personaggio del partigiano traditore un’offesa alla Resistenza. In realtà, Miracolo a Sant’Anna non è un film storico, come del resto vanno continuamente e da qualche giorno ripetendo sceneggiatore e regista. “E’ un film tratto da un romanzo che ho deciso di scrivere dopo essere stato nel paesino toscano” ha affermato James McBride, l’autore dello script. E in effetti l’ultimo film di Spike Lee è un film di affetti in mezzo a tanti difetti, da un punto di vista narrativo (i troppi flashback); da un punto di vista della scrittura (alcuni dialoghi non paiono proprio ispiratissimi). Anche dal punto di vista del sistema dei personaggi, si poteva tranquillamente tagliare il personaggio di Renata (Valentina Cervi), molto irrealistico e protagonista di una sequenza in topless poco pertinente. Il film, insomma, non funziona sempre e a tratti affiora la stanchezza anche per la durata esagerata di due ore e mezza circa. Eppure il film colpisce perché ci restituisce l’immagine di un regista che da “La 25ma ora” e passando attraverso quello che è probabilmente il suo capolavoro, “Quando gli argini si ruppero”, lo splendido documentario sull’uragano Katrina, ha assunto i connotati del genio religioso e popolare. Come infatti Spike Lee riusciva a raccontare il dolore di un popolo attraverso le preghiere e i canti mentre infuriava la tempesta, nel doc sulla tragedia di New Orleans di un paio di anni fa, così nella sequenza più struggente di ‘Miracolo a Sant’Anna’ racconta l’eccidio di Sant’Anna mostrando un popolo in preghiera di fronte ai carnefici. E’ il filo rosso che percorre questo film slabbrato: il miracolo di un rapporto intenso come quello tra “il gigante di cioccolata” e il ragazzino; il miracolo di una riconciliazione e di un perdono che prendono vita in un finale tutt’altro che bamboccesco. Il miracolo che appare come unica certezza in una vita dominata apparentemente dal caos e dal Male. E’ il miracolo di una preghiera che in maniera imprevista accomuna tedeschi, italiani e americani sotto un cielo di bombe. E’ il miracolo di uno stuolo di croci apparentemente uniforme e vuoto che prende, già nei titoli di testa, misteriosamente senso.,Simone Fortunato

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