Mio figlio

Mio figlio

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Julien, il cui lavoro ha sfasciato la famiglia, riceve una telefonata dalla ex moglie: suo figlio è scomparso. L’uomo si mette sulle sue tracce, disposto a tutto per salvarlo

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Frutto della collaborazione tra Guillaume Canet e il regista Christian Carion (che lo aveva diretto nell’indimenticabile Joyeux Noel, sulla storica “tregua natalizia” sul fronte franco-tedesco durante la Prima Guerra Mondiale), questo piccolo film cerca, senza purtroppo riuscire fino in fondo, una via originale al classico thriller di vendetta.

Mio figlio è stato girato in soli sei giorni, senza un vero e proprio copione. Di questa impostazione sperimentale, a dispetto dell’ottima performance di Canet (e di Melanie Laurent, anche se in una parte più contenuta), fa un po’ le spese la tenuta della trama, che procede tra scene drammaticamente intense ed efficaci e scorciatoie non sempre plausibili.

Poco sappiamo del protagonista Julien, tranne quello che si intuisce dall’incontro con l’ex moglie, ora più felicemente sposata, che lo convoca per annunciargli la scomparsa del figlio di sette anni. Il lavoro di Julien (quale sia esattamente non è facile capirlo) lo ha tenuto molto lontano da casa, il legame con i suoi è forte ma rarefatto ed è soprattutto, sembra di capire, il senso di colpa per questa assenza che lo muove. Dopo essersela presa con il nuovo compagno della moglie Julien persegue altre strade, trasformando la sua ansia e disperazione in una violenza rozza ma efficace. C’è da pensare che il misterioso lavoro che lo ha tenuto lontano da casa possa aver a che fare con i servizi segreti, vista l’efficienza con cui si dedica alla tortura e all’eliminazione dei cattivi sul suo percorso, nello stile di Bruce Willis dei tempi di Die Hard o del più recente Liam Neeson condito in salsa europea.

Il film si distingue dai suoi omologhi americani per un minimalismo realista che rende la violenza più disturbante proprio perché non astratta o coreografata, ma resta il dubbio se l’assenza di spiegazioni plausibili degli eventi e di una vero approfondimento psicologico dei personaggi – più che un vezzo autoriale – non siano un peccato imperdonabile che alienerà il grande pubblico.

Laura Cotta Ramosino