La prima commedia di Ferzan Ozpetek (regista turco ormai trapiantato in Italia da trent’anni), dopo i melodrammi che lo hanno reso famoso, parte come una locomotiva lanciata a tutto vapore. Un giovane torna a casa in Puglia e decide di fare outing in una serata importante per il padre e per le sorti del pastificio di famiglia. Ma qualcuno lo precede e scombussola i suoi piani, tanto da dover dedicarsi all’azienda e tardare il ritorno a Roma dal compagno. Fin qui il film diverte, a tratti anche parecchio: merito di un gruppo di attori notevoli, su tutti Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Ilaria Occhini e Elena Sofia Ricci. Ma anche Riccardo Scamarcio conferma il suo percorso di crescita calandosi bene nel ruolo del giovane indeciso che assiste sconsolato a eventi cui non riesce a opporsi, mentre Nicole Grimaudo – altre volte poco convincente – tratteggia un personaggio toccante e vulnerabile che entra nel cuore. L’unico troppo impostato sembra Alessandro Preziosi, mai naturale: esperienze teatrali e soprattutto televisive non lo aiutano ad avere un buon rapporto con il cinema. Ne risente il rapporto col fratello: è vero che sono quasi estranei, che si sono frequentati poco negli anni passati. Ma l’impressione, più che altro, è che i due attori – Scamarcio e Preziosi, appunto – siano male assortiti.

I problemi del film sono due. In primo luogo, quando Mine vaganti cambia tono, con i suoi autori (firmano la sceneggiatura il regista e Ivan Cotroneo) che cercano di affondare il colpo in direzioni “serie”, puntando al famigerato “messaggio”, soprattutto con il personaggio della nonna (l’ennesima trasgressiva, ormai un clichè) cui si mettono in bocca frasi “sagge” e artefatte. Una per tutte: “Gli amori impossibili non finiscono mai”. Francamente, non una vetta di profondità e verità esistenziale. Il secondo passo falso avviene quando la commedia diventa farsa all’apparire di alcuni amici gay del protagonista Tommaso, in visita da Roma; le loro uscite sopra le righe, oltre ad andare curiosamente contro la linea guida di “integrazione” e antidiscriminatoria del film (come in ogni film del regista, che è dichiaratamente omosessuale) perché propone un’immagine decisamente parodistica, fanno sorridere a intermittenza. Il film è del resto maggiormente riuscito sul versante della famiglia, nel bene e nel male: i suoi componenti sono descritti con efficacia; personaggi negativi o insicuri, macchiettistici ma innegabilmente divertenti.

In una folla di temi e toni, Mine vaganti si sfilaccia e arriva al finale un po’ col fiato corto. Pur risultando forse il film più riuscito di Ozpetek, se avesse pigiato il pedale sulla pura commedia poteva diventare un piccolo classico (alla Almodovar, per intenderci). Ma certe concessioni, nuovamente, al facile melò (su tutti l’uscita di scena della nonna, sgradevole e quasi ridicola quando dovrebbe commuovere), rovinano in parte la compattezza del film.

Antonio Autieri