Millennium – Quello che non uccide

Millennium – Quello che non uccide

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Mentre si trova coinvolta nell’ennesimo caso, il passato di Lisbeth Salander torna a bussare alla sua porta

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Inizio in flashback: una ragazzina avvicinata ambiguamente dal padre, la sorellina che cerca di salvarla ma poi è costretta a fuggire lasciandola in balia del mostro… Poi si passa al presente, con Lisbeth Salander (sempre con un look aggressivo ma che cambia volto per la terza volta: adesso la interpreta Claire Foy, nei cinema anche con First Man) impegnata in una delle sue tante vendette contro uomini che odiano le donne e fanno loro molto male, nella fattispecie un marito violento che la pagherà (in tutti i sensi) cara. Nel frattempo lei, esperta hacker, è contattata da Frans Balder, un ingegnere informatico che ha creato un programma (riguardante il controllo dei missili nucleari e quindi la sicurezza degli stati) che fa gola a governi e a pericolosi criminali. E infatti l’uomo viene rapito insieme al figlio (che conosce a memoria i passaggi chiave del programma) dal potente e agguerritissimo gruppo che si fa chiamare Spiders, e Lisbeth stessa rischia la pelle. Dovrà allearsi con il vecchio “amico” giornalista  Mikael Blomkvist (Sverrir Gudnason, già Bjorn Borg in Borg McEnroe), la cui rivista Millennium è stata appena acquisita, rischiando di perdere la sua indipendenza. Ma anche poliziotti americani e svedesi sono sulle tracce dei criminali, in una guerra di tutti contro tutti. Finché non apparirà una figura familiare a Lisbeth…
Trama complicata in cui si rischia di perdere il filo, per un film caratterizzato da frenesia narrativa e adrenaliniche scene d’azione che non riescono comunque ad avvincere realmente, a causa di personaggi senza spessore: il nuovo episodio cinematografico tratto dalla saga letteraria Millennium, iniziata da Stieg Larsson e proseguita dopo la sua morte da David Lagercrantz, è tanto ricco di mezzi quanto povero di qualità narrativa e necessità formale. Non sveliamo il colpo di scena (peraltro svelato dal trailer ufficiale, se non volete saperlo non guardatelo…), ma non ci vuole un genio a intuire chi si rifarà vivo dopo tanti anni. E la povera Claire Foy, che ce la mette tutta, non riesce a diventare Lisbeth Salander, decisamente meglio incarnata da Noomi Rapace nella trilogia svedese (seppure solo il primo dei tre film tratti dalla trilogia di Stieg Larsson fosse ben fatto) e da Rooney Mara nel film hollywoodiano diretto da David Fincher che è rimasto senza seguiti. Il problema è forse nella qualità di scrittura a monte, nel senso che i film tratti dai libri di Larsson potevano contare su un livello di ambiguità e suspense superiori. Qui è tutto prevedibile e telefonato, colpi di scena compresi. Con parecchie situazioni in cui si deve davvero pretendere molto dallo spettatore per fargli credere a quello che vede: come quando Lisbeth, drogata da un sicario e semisvenuta, riesce con un filo di forze a prendere un flacone di pastiglie da un tavolo, sbriciolarle sul pavimento, sniffarle e riprendere a correre e combattere come se niente fosse…
Rimane una sostanziosa esibizione muscolare in certe scene d’azione, una professionalità di fondo del regista uruguaiano Fede Álvarez (al terzo film, dopo gli horror La casa e Man in the Dark), che grazie anche ai suoi collaboratori tecnici immerge la vicenda in una fotografia plumbea nelle scene notturne e angosciosa perfino nel candore di scenari innevati. Ma la vicenda non diventa mai profondamente inquietante come nei precedenti capitoli della saga. E il risvolto segreto e personale, che vorrebbe essere toccante, è gestito molto male, tanto che alla fine suona quasi pretestuoso.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...