La chiamano Miele, ma la sua apparenza è tutt’altro che dolce. Il vero nome è Irene e, giovane spigolosa e poco femminile, si è scelta un lavoro illegale e ben pagato, quasi come una vocazione. Perché lei ci crede, eccome, nel permettere il suicidio assistito a malati terminali che, d’accordo con il proprio coniuge, fratello, madre, decidono di farla finita a fronte di una malattia che rende l’esistenza insostenibile. E in effetti ha mille attenzioni: i guanti per non lasciare tracce, i consigli ai parenti perché non finiscano nei guai, perfino la musica per accompagnare gli ultimi momenti a scelta di chi ha deciso di lasciare questa vita. Irene/Miele fa parte di una piccola organizzazione, appunto clandestina, che si fa pagare: un amico (o forse qualcosa di più, un tempo) infermiere le recupera i contatti, lei si procura (in Messico) barbiturici da veterinari – utilizzati per cani in fin di vita – che porta di nascosto in Italia e porta a domicilio ovunque la mandino. Procurano crisi respiratorie e non lasciano tracce nemmeno nell’autopsia. Peraltro improbabile, con malati terminali: in questi casi i medici, spiega lei, pensano subito a cause naturali. ,Ovviamente nessun altro sa dei suoi movimenti: non il padre vedovo (e la morte della madre, che si vede in brevi flashback, non è stata di secondaria importanza nella scelta di Irene), non l’amante – sposato, con figli – con cui intrattiene una relazione con molto sesso e pochissimi sentimenti. Non fa certo a cuor leggero il suo “lavoro”, ma la convinzione è totale. A incrinare il suo schema è l’ingegner Grimaldi, anziano affascinante e colto che dopo una vita di successi e soddisfazioni, si trova solo e annoiato dalla vita. Quando Irene scopre che lui non è malato, ma anzi ha “una salute di ferro”, dà in escandescenze e vorrebbe indietro il farmaco letale. Tra i due inizia una schermaglia, in un gioco in cui Irene è indignata ma al tempo stesso quasi affascinata dall’ironia e dalla sicurezza dell’uomo. Dopo, guardare i malati morire non può più essere la stessa cosa.

È un film complesso, l’esordio alla regia dell’attrice Valeria Golino. Tratto dal romanzo A nome tuo di Mauro Covacich, Miele mostra una buona capacità di messa in scena di una donna che vive nel cinema fin da giovanissima. E che da grande attrice qual è, sa trattare con raffinatezza e tirar fuori il meglio dagli attori, da un’intensa Jasmine Trinca (peccato per i suoi consueti problemi di dizione, che a volte rendono poco comprensibili alcune parole) e dal sempre ottimo Carlo Cecchi: personaggi ben scritti e credibili; due visioni del mondo, contrapposte, parimenti “progressiste” e alla moda (mai un dubbio, entrambi, sul fatto che sia possibile accettare dolore e sofferenza, con l’aiuto di qualcuno), e parimenti disperate. Ben scelti anche i ruoli minori, assegnati alle facce giuste (specie i malati e i loro parenti: in pochi istanti fanno entrare subito nei loro drammi). Tecnicamente, dunque, un buon debutto, grazie anche a contributi di professionisti (come Giogiò Franchini al montaggio, molto serrato). Cui si può anche perdonare, a livello di sceneggiatura, il prevedibilissimo finale a Istanbul. Che comunque ci può stare.

Meno convincente è l’operazione nel suo insieme, che pure non manca di spunti interessanti: la schermaglia tra l’ingegnere e la ragazza mette in luce l’ambiguità delle convinzioni di “combattenti per l’eutanasia” ben pagati per il rischio che corrono. Ma pur volendo apparire aperto e non ideologico (e pur non essendo un pamphlet insopportabile tipo Mare dentro o Le invasioni barbariche), in realtà il film – come spesso in altre opere su argomenti simili – non riesce a evitare questa deriva, perché spinge sul pedale della pietà per i malati con lo scopo poco mascherato di far sembrare inevitabili certe scelte. Fino ad arrivare a definizioni del tutto arbitrarie (“nessuno vuole morire veramente, tutti vogliono vivere: solo che quella non è più vita…”), e a delineare l’unica giusta alternativa ai mercenari a caro prezzo di Miele e C. nel concedere questa possibilità a tutti… Ma il punto debole della tesi di un film che ha comunque il merito di non nascondere lo “scandalo” della morte e della sofferenza, sta proprio nella sincerità di alcuni tratti e personaggi: come quando Irene, davanti a un malato giovanissimo che di sua volontà sta per essere condotto alla morte dalla madre, non rispetta le sue ferree “regole” e scappa. E fa pensare che quella scelta, a pagamento o gratuita (come avviene nella vicina Svizzera), contenga in sé un’incapacità di star di fronte a “quella” morte: possibile, allora, che sia un’opzione così naturale e auspicabile?

Antonio Autieri