Miami Beach

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A Miami si ritrovano una serie di italiani: una ragazza, con due amiche, scappata dal padre con cui doveva passare le vacanze e un uomo e una donna agli antipodi, con relativi figli neoiscritti al college.

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È la solita commedia degli equivoci, il 58° film – tralasciando le serie tv – della quarantennale carriera di Carlo Vanzina, regista in coppia inossidabile con il fratello Enrico che firma le sceneggiature. Carriere prolifiche, le loro, ma dove la quantità non ha sempre fatto rima con qualità. Intendiamoci: tra i Vanzina e certi loro epigoni ci passa il Tevere­, per rimanere in quell’ambito capitolino così ben rappresentato in tanti loro film. Ma dopo gli anni giovanili delle pellicole girate una dopo l’altra, tipo catena di montaggio, e quelli “di mezzo”, ovvero dell’affermazione con le sbracature di enorme successo, erano arrivati a una maturità contrassegnata da alcuni titoli più apprezzabili della (loro) media: da  Il cielo in una stanza (1999) che lanciò uno sconosciuto Elio Germano a Febbre da cavallo – La mandrakata (2002), da Il pranzo della domenica (2003) a In questo mondo di ladri (2004). Infine, negli ultimi anni, La vita è una cosa meravigliosa (2010), Mai Stati Uniti (2013) e soprattutto Un matrimonio da favolo, il loro gioiellino. Sempre alternati a film più bruttarelli, tirati via, girati in fretta magari anche per via di budget più contenuti. Ma almeno ci si poteva soddisfare, magari in parte, con titoli più solidi e professionali, magari pure con qualche spunto interessante o emozione sincera, soprattutto con attori in forma.

Miami Beach, ahinoi, ricade nella “parte oscura” della loro filmografia. Contributo all’estate 2016, come succede da qualche annata – è il loro quarto film che esce nel mese di giugno, solitamente sguarnito di titoli commerciali italiani: coraggio che è valso loro la simpatia dei proprietari e gestori di cinema, disperati da giugno ad agosto per scarsità o addirittura mancanza di prodotto – ma senza una cura soddisfacente del prodotto. Anche qui, nell’impaginare le due storielle che si incrociano, la regia è dozzinale e puramente di supporto agli attori che vi si adagiano pigramente. Senza contare l’uso sfacciato e grossolano dei marchi pubblicitari, su cui non abbiamo niente in contrario – è una pratica lecita e utile a sostenere le produzioni – purché sia fatta con un minimo di decoro. L’intreccio, poi, è davvero risibile: la figlia che all’aeroporto, dopo aver rassicurato la madre, pianta in asso il padre separato per scappare da lui – che vorrebbe portarla in una grigia vacanza in Bretagna – per andare con le amiche a Miami per un festival musicale è disarmante, come l’inseguimento del padre fino in Florida (senza sapere una parola in inglese) e il fatto che loro due e tutti gli altri numerosissimi italiani di Miami continuino a incontrarsi neanche fossimo in un quartierino romano. Di questa prima storia, si salvano i duetti tra Ricky Memphis, padre angosciato e pieno di sensi di colpa, e Emanuele Propizio (ma quanto è sprecato questo giovane attore che lavora già da dieci anni?), giovanissimo italiano scaltro e disponibile ad aiutarlo, pagando ovviamente lauti compensi, che si affeziona a lui come il padre che vorrebbe avere. La figlia intanto si invaghisce di un agente immobiliare che potrebbe essere suo padre (più giovane) e infatti un paio di volte si spacciano per genitore e figlia; e qui, se la ragazza – Neva Leoni, giovane ma già con discreta esperienza – se la cava bene grazie a una certa spigliatezza, il pur bravo Giancarlo Morelli si aggira spaesato come se si chiedesse di continuo chi glielo ha fatto fare ad accettare la parte.

Molto peggio la seconda storia, che continuamente si incrocia con la prima, dove due commedianti di razza come Max Tortora e Paola Minaccioni sono costretti a ripetere per l’ennesima volta lo schema della donna insopportabile del nord che litiga con il romanaccio rozzo, salvo poi cedere al “fascino” reciproco. Non parliamo dei loro figli, che appena iscritti al college non pensano ad altro che ad avventure e love story: ovviamente Luca e Valentina si innamorano, poi si lasciano, poi si ripigliano. Con i loro interpreti, Filippo Laganà (figlio del comico Rodolfo) e Camilla Tedeschi (figlia di Corrado, prima presentatore e poi attore teatrale), ancora acerbi per rendere sopportabili le loro schermaglie (colpa anche dei dialoghi dei due ventenni che sembrano da terza media). A ciò si aggiungono gag e sottostorie banali (il compagno di stanza con la passione per le “brutte”). Con un livello di allusioni e volgarità fastidioso ma nemmeno troppo eccessivo. Se ci si accontenta…

Sulla falsariga dei celebri cinepanettoni – ovvero i film natalizi con vacanze in montagna o in giro per il mondo – che hanno contribuito a far nascere e sviluppare, per poi dedicarsi soprattutto ad altro, i fratelli Vanzina con Miami Beach toccano uno dei loro punti recenti più bassi. La versione estiva delle disavventure cinematografiche, che per motivi di calendario sembrerebbe ancora più azzeccata, non funziona causa evidente disimpegno di scrittura e anche produttivo (i loro film più apprezzati, anche senza location esotiche, costavano di più perché c’erano tanti attori decisamente più importanti). Oppure il problema è generale, e cioè che i figli del grande Steno si sono stancati di provare a fare qualcosa di meglio. Il problema è che si è stancato anche il loro pubblico, che in questi casi non li segue affatto. Ma forse basterà un soggetto, una sceneggiatura e un cast decorosi per ritornare almeno su livelli sufficienti.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...