Mia madre

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Una regista in crisi si divide tra un film da girare e la mamma malata in ospedale.

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Quando stava completando il suo film precedente, Habemus Papam, Nanni Moretti ricevette la notizia della morte dell’amata madre, Agata Apicella, apparsa anche in un piccolo cameo in Aprile. Su questo importante episodio della sua vita il regista romano ha preso le mosse per il suo dodicesimo film, in cui una regista donna sua evidente alter ego, Margherita (interpretata da Margherita Buy), deve mettere in scena un film di ambiente operaio su un’azienda a rischio di fallimento acquistata da un americano in un periodo di crisi personale, anche di frustrazione e aridità creativa ed esistenziale («tutti credono che io sappia interpretare la realtà, ma io non capisco più niente» dice a se stessa), cui contribuisce la malattia della madre bloccata in un letto d’ospedale. Sul set non aiuta l’arrivo del divo americano interpretato da John Turturro, tanto pieno di sé quanto impreparato; ma nemmeno la figlia che fatica a scuola o la situazione sentimentale complicata (divorziata dal marito, con cui è in buoni rapporti, durante il film interrompe la relazione con un attore che le rinfaccia la sua durezza). Soprattutto, Margherita pensa alla madre e cerca di andare il più possibile da lei, salvo poi arrendersi di fronte alla constatazione della sua incapacità di farle compagnia: confortata da un fratello più saggio, che si mette in aspettativa per curare la mamma, la regista è sempre con la testa altrove. Intanto le condizioni della madre peggiorano irreparabilmente.

Film di evidente e disarmante autobiografismo, Mia madre racconta con sobrietà il dramma della malattia e della morte di una persona cara, ma anche una dura – per quanto permeata da ironia – autocritica verso le proprie idiosincrasie, inadeguatezze, asperità caratteriali. La Buy incarna al meglio il ruolo di alter ego, davvero trasparente come mai, del vero Nanni Moretti (diversamente dagli alter ego di Woody Allen, che incarnano non il vero Woody ma l’idea cinematografica che gli spettatori hanno di lui): quando maltratta i collaboratori, sembra di vedere Moretti nei film in cui mostrava se stesso al lavoro. Ma si intuisce che anche nei rapporti personali, quel che viene imputato a Margherita sia da ascrivere a Nanni che, in un gioco di rispecchiamenti, in quanto fratello della protagonista non può che teneramente e bonariamente sottolineare la veridicità di quanto si dice su di lei. Ovvero su di lui.

La vicenda della madre è la parte ovviamente più toccante, e tanti che sono passati dallo stesso snodo esistenziale potranno riconoscersi o meno a seconda del proprio vissuto nella descrizione della parabola della genitrice, osservata con sobrietà perfino eccessiva tanto che ci si commuove meno del previsto. Ma Moretti è generoso nel mettere a nudo se stesso e i propri sentimenti, per quanto trattenuti, e anche nel defilarsi nella parte del fratello della regista (dopo anni di accuse di narcisismo). Quello che convince meno è la saldatura tra le varie parti, in particolare con il film nel film che ripropone dinamiche interessanti forse solo per i cinefili e comunque già viste, dai capricci del divo Usa, simbolo di tutto quanto non piace dell’ambiente del cinema al Moretti vero, alle incertezze della regista. Non è la prima volta che Moretti mescola dramma e ironia (solo in La stanza del figlio non c’era spazio per alcun momento umoristico), ma in questo caso poche battute colgono il segno (e nessuna folgorante come in passato), poche scene del set risultano davvero felici, troppi momenti suonano un po’ farseschi rispetto al nucleo emotivo più forte.

Rimane comunque un film onesto, sincero e da rispettare, nel suo dolore sgomento sintetizzato da immagini efficaci (la carezza sui vecchi libri, una casa vuota piena di scatoloni) e nella profonda sensibilità mostrata grazie soprattutto ad attori perfetti. Giulia Lazzarini, grandissima attrice di teatro finalmente in un importante ruolo cinematografico, regala alla madre una finezza ineguagliabile, ma è davvero molto intensa anche la prova della Buy (alcune sequenze tra lei e la madre si stampano nella memoria), e di apprezzabile misura anche quella dello stesso Moretti. Mentre è suggestiva la colonna sonora e in parte anche il mélange di scene realistiche, di sogni o incubi, di flashback che hanno il sapore del rimpianto o del rimorso. Peccato per un’ispirazione narrativa meno incisiva che, per esempio, in La stanza del figlio: un film che fece prefigurare una maturazione dopo gli anni dei capolavori giovanili, sconnessi ma vitalissimi, verso una narrazione più compiuta. Dopo sono invece arrivati due film poco coesi come Il caimano e Habemus Papam. Mia madre convince di più, ma non del tutto. O forse servirà del tempo perché si sedimentino i pregi e si mettano da parte i difetti.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...