In memoriam: Albert Finney (1936-2019)

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Un ricordo del grande attore inglese, scomparso a 82 anni

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Il giudizio più bello su di sé, diceva Albert Finney, era quello che gli avevano riportato da un altro grande attore, Sir Alec Guinness: «Albert è come una lucida mela inglese». Perché, nonostante i riconoscimenti come grande attore drammatico, Albert Finney – scomparso lo scorso 7 febbraio a 82 anni – si vedeva come un giocoliere di strada, uno che ha un talento per far sorridere le persone, per incantarle con la sua faccia sorridente, buffa o triste e far dimenticare per qualche tempo i propri guai.

Figlio di un bookmaker, cresciuto in un ambiente popolare, Finney – con altri del suo calibro come Alan Bates e Tom Courtenay – è stato uno dei protagonisti della scena britannica degli anni 60 e 70, sia a teatro (era membro della Royal Shakespeare Company) che sul grande schermo. A partire dal film che gli diede il successo (e la  prima delle 5 nomination all’Oscar), Tom Jones del 1963, dall’omonimo romanzo di Henry Fielding, sulla storia delle avventure di un giovane illegittimo nell’Inghilterra del ‘700, Finney, col suo viso largo e incline al sorriso, divenne una delle figure più note e apprezzate, non solo in patria. Splendido Poirot nel grande Assassinio sull’Orient Express  di Sidney Lumet nel 1974 (seconda nomination), diede mostra delle sue capacità teatrali in un piccolo ma cruciale film, Il servo di scena (Peter Yates, 1983), nel quale lui e Tom Courtenay, nel ruolo rispettivamente di un famoso attore teatrale e del suo assistente, danno vita a un duetto nel quale il talento e le capacità interpretative dei due protagonisti rendono l’opera uno dei titoli irrinunciabili per gli appassionati di cinema (e fu la terza nomination).

Capace di raffrontarsi con testi contemporanei, Finney ha dato un’interpretazione memorabile anche della trasposizione cinematografica di Sotto il vulcano di Malcom Lowry (John Huston, 1984), storia dell’autodistruzione di un uomo nelle sue ultime ore segnate dall’alcol (e nomination numero 4). Dopo aver lavorato anche per i fratelli Coen in Crocevia della morte (1990) e per Steven Soderberg in Erin Brockovich, al fianco di Julia Roberts (quinta nomination), e negli ultimi anni in due film importanti come Onora il padre e la madre (2007) di Sidney Lumet e Skyfall di Sam Mendes (2012), c’è un film che potrebbe essere considerato come una sorta di testamento di Finney, nonostante risalga ormai a 15 anni fa. È Big Fish di Tim Burton (2003), nel quale interpreta un uomo che ha vissuto tante e tali avventure, da sembrare incredibili perfino al suo figlio. Una figura, come dicono gli americani “larger than life”, esagerata. Ma che come tale, è consapevole che, al termine della sua esistenza, quello che lo aspetta è un’avventura ancora più grande. Un esempio che non dimenticheremo, grazie anche al largo sorriso di Albert Finney.

Beppe Musicco

Il trailer di Big Fish

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