Tornato a casa da Parigi per le vacanze estive al mare (siamo a Sète, cittadina sul mare nel Sud della Francia), il silenzioso Amin si divide tra i pensieri per il futuro (lavora come cameriere, vuole lasciare gli studi di medicina per dedicarsi al cinema e scrivere una sceneggiatura) e i rapporti con parenti, amiche e turiste, mentre gli ormoni dei giovani impazzano e gli adulti osservano con disincanto o rimpianto. Amin è intrigato e distante al tempo stesso, e più che altro si limita a osservare con divertito distacco. Forse con maggior consapevolezza di tutti gli altri.

Dopo un inizio che presenta due frasi tratta dal vangelo di san Giovanni e dal Corano (entrambe ad affermare che «Dio è la luce del mondo») seguite da una lunga e sfrenata scena di sesso tra i due amanti spiati da Amin, Mektoub, My Love: Canto uno (più che un titolo, con Mektoub che significa “destino”, è una minaccia: si parla di una trilogia se non addirittura di una serie più lunga) del franco-tunisino Abdellatif Kechiche inizia una lunga, parlatissima ed eccitatissima osservazione di un gruppo variegato di ragazzi in vacanza che si prendono e si lasciano di continuo. Autore ammirato dalla critica – ma ci sono ormai anche numerosi detrattori, che lo accusano di voyeurismo e sessismo – e premiato nei festival (Gran premio della giuria a Venezia 2007 con Cous Cous, Palma d’oro a Cannes 2013 con La vita di Adele), Kechiche come sempre punta su corpi in mostra (soprattutto femminili), evoluzioni sessuali, sentimenti proclamati a ogni piè sospinto: un cinema epidermico, in cui ragazzi o giovani cercano l’amore e raramente lo trovano. Qui, in tre ore di dialoghi e scene estenuanti per chiacchiere sul nulla, balli scatenati in discoteca o nei locali e scenate di gelosia, vediamo la torrida estate 1994 del protagonista Amin (figura probabilmente autobiografica, cui presta il volto il giovane Shaïn Boumedine), insieme al cugino Tony (scatenato dongiovanni) all’amica Ophelie che dovrebbe sposare un militare sempre in missione e che intanto lo tradisce con lo stesso Tony, due turiste di Nizza e una marea di altri personaggi, quasi tutti con l’unico obiettivo di flirtare, scambiandosi l’oggetto delle attenzioni reciprocamente e vorticosamente, in una sarabanda senza soluzione di continuità, anche nello spazio della stessa scena (come in una lunghissima, insopportabile scena in discoteca). Nelle intenzioni un inno alla vita, ai corpi, ai sentimenti. Ma per chi non è un fan acritico dell’autore, il rischio è di provare una noia profonda per infinite chiacchiere inframmezzate da bagni e giochi in mare, baci (anche tra sconosciuti), ubriacature, atteggiamenti seduttivi, litigi, inseguimenti…

A Kechiche non manca la capacità di rendere alcuni aspetti della giovinezza – i turbamenti, gli atteggiamenti ammiccanti, gli sbalzi di umore – ma in una parzialità che sembra ridurre parecchio il raggio degli interessi di ragazzi e ragazze, per la maggior parte di una superficialità sconfortante. E il regista, che pure dirige bene gli attori (molto espressivi – una su tutte la giunonica Ophélie Bau – e decisamente attraenti per la gran parte), ci sembra che stia buttando gran parte di quel talento che lo mise in luce con La schivata. Tanto che i pochi momenti veri – la scena più emozionante è la nascita notturna di due agnellini – si perdono in un marea di immagini buttate allo spettatore senza filtro, senza controllo (la lunghezza di alcune scene mette davvero a dura prova) e ultimamente senza senso. Perché si gira intorno di continuo ai sentimenti, ma non si mette mai a fuoco nemmeno l’ipotesi di un amore. Dell’Amore. E se l’autore rimanda tutti agli episodi successivi, dove probabilmente Amin proseguirà il suo percorso (sul modello del personaggio truffautiano Antoine Doinel), l’impressione è che di pubblico disposto a seguirlo ne troverà ben poco.

Antonio Autieri