Mary Shelley – Un amore immortale

Mary Shelley – Un amore immortale

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Il biopic dedicato alla storia d’amore tra Mary e Percy Shelley, le cui disavventure hanno ispirato la creazione letteraria di Frankenstein.

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Dopo l’imperdibile La bicicletta verde, la regista saudita Haifaa Al Mansour torna a parlare di donne coraggiosecon la storia d’amore tra la scrittrice Mary e il poeta Percy Shelley. Le vicende narrate vanno dalle originidell’amore tra i due fino al 1818, anno della pubblicazione del capolavoro letterario Frankenstein, o il moderno Prometeo. Un altro dramma tutto al femminile, che fa della lotta per i diritti della donna il fulcro della sua narrazione; ma se la storia della piccola Wadjda in La bicicletta verde commuoveva per la freschezza con cui trattava anche il tema del femminismo in un contesto complesso come quello dell’Arabia Saudita, con Mary Shelley la regista confeziona un biopic in salsa romantica che le fa compiere invece un grosso passo falso.

Conosciamo la giovane protagonista dall’animo inquieto ma sensibile in piena ribellione adolescenziale: affascinata dall’eredità di una madre scrittrice, colta ed emancipata ma troppo prematuramente scomparsa, la sedicenne Mary viene mandata dall’amorevole padre – editore e scrittore anch’esso – in Scozia, per un periodo di riflessione lontano dal caos londinese. Le buone premesse s’infrangono però con l’entrata in scena del bello e maledetto Percy Shelley, che in un attimo sembra trasformarla in un burattino in balia della pubertà. Dopo una fuga d’amore alquanto rocambolesca la giovane donna si traveste improvvisamente da anticonformista e femminista in cerca della rivendicazione dei suoi diritti.

Siamo lontani anni luce dalla profondità con cui nel ben più riuscito film precedentela regista abbracciava una riflessione sulla libertà dell’essere umano e sul suo desiderio di felicità: in Mary Shelley tutto sembra puntare sull’anticonvenzionalità di una donna “contro”, la cui ribellione poggia su basi troppo fragili per essere credibile agli occhi dello spettatore. Alla parabola di gioia per la fuga da casa e per una vita romantica si contrappone velocemente l’anticlimax della povertà e della sofferenza, a cui il giovane Percy risponde immergendosi nel cliché di una vita sregolata, mentre Mary sembra non riuscire ad abbandonare la piattezza del moralismo e buon costume che la caratterizzano. Tra un verso e una pagina di diario facciamo dunque presto a ritrovarci davanti al solito copione da teen drama esistenziale che trasuda didascalismo ad ogni dialogo. Alla fine della fiera, con un Percy Shelley e un Lord Byron troppo maledetti, troppo truccati e troppo maschilisti (in performance attoriali di qualità discutibile), sembra quasi che Frankenstein sia stato scritto dalla giovane Mary per urlare al mondo come il dolore patito per i soprusi inflitti dagli uomini sia stato capace di creare un mostro al quale, esattamente come per Frankenstein, nessuno ha mai teso la mano per ricordare il proprio amore.

Preso atto dell’ambizione e del messaggio dell’opera in sé, terminata la visione ci si domanda più di ogni altra cosa: era davvero necessario scomodare forzatamente un gigante della letteratura come Mary Shelley per giustificare una storia di rivendicazione che avrebbe potuto più verosimilmente essere ambientata nel nostro XXI secolo?

Maria Letizia Cilea

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