Martone e gli ultimi film in gara

Martone e gli ultimi film in gara

- in EDITORIALI, IN EVIDENZA, NEWS
1920
Commenti disabilitati su Martone e gli ultimi film in gara

Alla Mostra “Capri-Revolution” e i film dei registi “cult” Reygadas e Tsukamoto. Ma anche Zhang Yimou fuori concorso e un piccolo ma interessante film italiano

Download PDF

Il concorso della 75ma Mostra del Cinema di Venezia si sta concludendo in calando. Ma sono impressioni dovute anche alle tempistiche specifiche di commento per ogni film: orari e soprattutto lunghezze dei film a volte richiedono scelte che fanno perdere alcuni titoli e li fanno recuperare solo in replica; e quest’anno ci si sono messi anche gli organizzatori con l’embargo delle recensioni prima della proiezione ufficiale, vanificando in parte gli anticipi delle proiezioni stampa. Obiettivo: evitare che un film venga commentato negativamente prima della proiezione con regista e attori davanti al pubblico (che peraltro in genere non viene mai influenzato dalle reazioni dei giornalisti: hanno già comprato il biglietto da tempo… Semmai si notano reazioni diverse, tra fischi dei primi e applausi dei secondi). Un po’ strano, in tempi di rete e social media che possono comunque divulgare l’esistenza di un film. Bene o male purché se ne parli, no? Comunque sempre meglio che a Cannes, dove per lo stesso motivo le proiezioni per la critica svolgono si ormai solo in contemporanea a quella ufficiale…

E infatti in questa puntata recuperiamo un film passato il giorno prima: Nuestro tiempo di Carlos Reygadas, regista messicano in genere incline agli eccessi visivi e narrativi. Stavolta frena parecchio, tanto che sulle quasi tre ore di film per la prima ora succede ben poco. E soprattutto si focalizza lentamente il cuore del film. Prima infatti vediamo bambini che giocano nel fango, poi schermaglie amorose tra adolescenti, poi la famiglia di uno di questi che vive nella campagna messicana allevando tori da combattimento. E in particolare, ed è il cuore del film che finalmente si svela, la coppia di coniugi (interpretati proprio da Reygadas e sua moglie): Juan, che è anche un poeta di fama mondiale, alleva e seleziona gli animali; la moglie Esther si occupa della gestione del ranch. Juan teorizza da sempre la coppia aperta, purché nella sincerità. Ma quando Esther inizia ad allontanarsi troppo dal ranch, il marito inizia a dubitare della moglie. Che finirà per ammettere la tresca – sbattendo in faccia al marito la sua incoerenza: non dicevi che eravamo liberi? – con un addestratore di cavalli. E saltano gli equilibri, di difficile ricostruzione. Non un tema originalissimo, anche nei suoi colpi di scena, ma messo su schermo in modo ben diverso da come ve lo potreste aspettare. Tra tori che si combattono o all’assalto di altri animali, sequenze lunghissime in cui non succede nulla o quasi (e quel che succede è del tutto irrilevante) e lunghe discussioni la capacità di presa sullo spettatore rischia di essere labilissima. Ma i film di Reygadas hanno vita soprattutto nei festival, notoriamente un mondo a parte. E qui, al netto di chi fugge prima della fine, le sue soddisfazioni se le ricava sempre… Non da noi. (Antonio Autieri)

È invece appena passato l’ultimo film italiano in concorso. Siamo nel 1914, alle soglie della prima guerra mondiale. Capri è un paradiso incontaminato abitato da un popolo di contadini e pastori che vivono nella semplicità di ciò che la terra gli offre; Lucia, giovane capraia dall’animo curioso e ribelle, rimane affascinata dallo stile di vita di una comune di artisti e filosofi trasferitisi sull’isola per liberarsi delle convenzioni della società civilizzata. Mario Martone, dopo Noi credevamo e Il giovane favoloso, torna a trattare temi e personaggi della storia italiana (una comune di stranieri è esistita realmente nella Capri di inizio ’900). Purtroppo lo sforzo compiuto con Capri-Revolution – che uscirà nei cinema il 13 dicembre – si perde completamente negli stilemi che già caratterizzavano il suo cinema e definisce un’opera dalla confezione raffinata, ma di fatto deludente. Se infatti la regia e la fotografia sono curate nel dettaglio e danno al film un’estetica pulita (supportata anche dalle meravigliose ambientazioni naturali), la sceneggiatura e persino la recitazione fanno acqua da tutte le parti; un ritmo insostenibilmente dilatato e un’evoluzione di personaggi ed eventi poco credibile rendono straniante la visione del film; si punta forzatamente su tematiche quali l’emancipazione della donna, la contrapposizione tra tradizione e rinnovamento, ideali rivoluzionari e libertari che sanno tanto di posticcio e caricaturale. Retorica e didascalismo si sprecano in dialoghi di scarso spessore che rendono artificiosi e talvolta superflue le interazioni tra gli stessi personaggi; quasi mai infatti i protagonisti vengono trattati con una profondità sufficiente da risultare efficaci, limitandosi a rivestire ruoli che stanno evidentemente stretti agli interpreti e che lasciano spazio solo a schemi già visti e maschere ridondanti. Il desiderio del regista di riscoprire ancora una volta storie nascoste e dargli un’aura moderna e profetica resta sepolto sotto le troppe pecche che il film si porta dietro. Di certo nobile l’intento, decisamente modesto il risultato. (Maria Letizia Cilea)

L’ultimo film in assoluto in concorso è invece Zan (titolo internazionale, Killing) di Shinya Tsukamoto, regista giapponese di culto tra i fans del cinema orientale (soprattutto per i tre film della saga di Tetsuo) accolto da grandi applausi fin dai titoli di testa alle proiezioni stampa poi confermati alla fine. Gli altri giornalisti e critici sono rimasti un po’ freddi, anche se il film parte bene con una certa vivacità e anche ironia. Primo film in costume per Tsukamoto, ambientato in Giappone nel XIX secolo. dopo circa 250 anni di pace, scoppia una guerra tra fazioni: Sawamura, un abile ed esperto samurai in cerca di guerrieri per andare a servire lo Shogun assediato dalla guerra civile. Quando incontra il giovane samurai Tsuzuki e Ichisuke, un ragazzo figlio di contadini con cui si allena, propone loro di unirsi a lui; e, nonostante le preoccupazioni dei genitori e della sorella di Ichisuke (innamorata di Tsuzuki), i due accettano. Ma quando nel loro villaggio arriva un gruppo di banditi, la priorità non è più la lontana guerra. In soli 80’ – e meno male… – Tsukamoto racconta il desiderio di eroismo di un ragazzo, l’attrazione tra due giovani, la violenza dei tempi e l’inevitabile vendetta. Ma anche l’incapacità di uccidere di un aspirante guerriero, che renderà le cose più complicate. E sulla carta interessanti (si intuisce l’inquietudine dell’autore per la scelta della violenza, ieri come oggi, che pure mette in scena), se non fosse il tutto troppo urlato e a tratti un po’ splatter. Alcune belle scene e la perizia tecnica del regista non lo faranno rimanere scolpito nella memoria. (Ant.Aut)

Un ritorno di gran livello è quello di Zhang Yimou (Leone d’argento per Lanterne rosse e Leone d’oro con La storia di Qiu-Ju e Non uno di meno), a Venezia fuori concorso con Ying (titolo internazionale: Shadow), raffinato wuxia pian – il genere cinese sul passato eroico antico – ambientato in Cina durante il periodo dei Tre Regni. Il regista racconta le “ombre”, veri e propri sosia di comandanti e sovrani, spogliati della propria personale identità e addestrati fin da piccoli per sostituirsi ai loro padroni in violente e sanguinose guerre. Cappa e spada epico, il film di Yimou racconta una vicenda di intrighi e segreti, tradimenti e menzogne, sotterfugi e bugie, incasellando il tutto attraverso inquadrature di grande impianto visivo e compositivo, quasi fossero dei quadri nei quadri, una fotografia desaturata nelle totalità del grigio che riacquista colore solo quando sono in campo i personaggi, disegni con la china per rendere tutto molto più espressivo, un uso della musica tipicamente orientale e costumi e ambientazioni ricercate. Al tutto si accosta un montaggio e una regia impeccabile che raggiunge i massimi livelli nella battaglia finale, con scene indimenticabili come quella che vede un gruppo di soldati sfruttare la potenza dell’acqua per eludere la sorveglianza dei nemici e fare il loro ingresso nella città a bordo di speciali ombrelli dalle lame affilate e taglianti. Ne viene fuori un film travolgente e stilisticamente impeccabile. (Marianna Ninni)

Presentato nella sezione Orizzonti Un giorno all’improvviso, lungometraggio d’esordio di Ciro D’Emilio, è un film piccolo, coraggioso nelle intenzioni ma molto meno nello sviluppo finale. La storia ha un unico punto di vista: quello di Antonio, un diciassettenne che sogna di diventare un grande calciatore. Peccato che sua madre (una straordinaria Anna Foglietta) è bipolare; e suo padre ha rifiutato, pagando, di dargli il suo cognome. Ma di queste ferite, che tagliano e mai si cicatrizzano in un essere umano, Antonio sembra immune. Per guadagnare qualcosa lavora di notte da un benzinaio e di giorno coltiva il suo pezzo di terra con la madre. Improvvisa sembra essere l’occasione della sua selezione tra le promesse della squadra calcistica del Parma. Ma sempre di improvviso, anche qui, non c’è niente: solo una speranza che rimane illusione. In questo film, comunque valido rispetto ad altri film italiani simili e dove Anna Foglietta è perfetta nella sua malattia, c’è un problema: nessuno cambia, nessuna informazione diversa da quella consegnata nei primi 15 minuti. Peccato. (Emanuela Genovese)

 

 

About the author