Marie Heurtin – Dal buio alla luce

Marie Heurtin – Dal buio alla luce

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Una ragazza sorda e cieca viene accolta in un convento di suore che si prende cura dei sordomuti, grazie all’insistenza di una giovane religiosa

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Fine Ottocento: in un convento francese vicino a Poitiers le suore dell’ordine delle Figlie della Sapienza accolgono e curano ragazze sordomute. Ma un giorno un uomo disperato porta la figlia Marie, anche se la madre superiora non vuole tenerla: quella ragazza infatti è anche cieca, e in quell’istituto quella doppia patologia non è contemplata, e spaventa pure parecchio per la sua gravità. Ma una giovane religiosa, suor Marguerite, si prende a cuore il caso della giovanissima Marie Heurtin, totalmente incapace di comunicare con gli altri e oltre tutto aggressiva e animalesca. «10 maggio: oggi ho incontrato un’anima… Un’anima piccola, fragile, imprigionata di cui ho visto i bagliori splendere attraverso le sbarre della sua prigione. Pensavo fosse una selvaggia, ma su quell’albero mi stava aspettando». Con queste parole suor Marguerite “annota” l’incontro imprevisto con Marie, che si ribella al distacco dai genitori – l’unico contatto con il mondo – e sembra inaccessibile agli altri; come una stanza buia e sigillata. Marie è sorda, cieca, non parla e si esprime solo a grugniti (e con reazioni violente verso chi prova a entrare in contatto con lei). Eppure quella giovane suora, oltre tutto segnata da una precoce malattia, non si arrende mai con lei, anche nei momenti peggiori. E quando arrivano timidi segnali di interazione con Marie, esplode in un entusiasmo contagioso (bellissima la scena di gioia di suor Marguerite per i primi, incredibili progressi, che inizia a sciogliere la madre superiora…). L’amore e l’attenzione della religiosa non cadranno nel vuoto.

Quella di Marie Huertin è una storia vera, che a cavallo tra XIX e XX secolo generò fatti incredibili: anni dopo, fu lei a insegnare ad altre ragazze sordo-cieche. Il regista Jean-Pierre Améris, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Philippe Blasband, si è ispirato a capolavori come Anna dei miracoli di Arthur Penn e Il ragazzo selvaggio di François Truffaut e propone una regia essenziale e sobria ma non piatta, che punta su luci, suoni, volti per conquistare l’attenzione e il cuore dello spettatore.  Come nel suo precedente Emotivi anonimi, sceglie ancora Isabelle Carré come sua protagonista per l’intensa suor Marguerite, che ha un cuore indomabile e fa di tutto per capire Marie e immedesimarsi con lei (si benda gli occhi, si mette tappi nelle orecchie), per poter comunicare con quell’anima confinata nel silenzio; soprattutto, non è un’eroina che va controcorrente ma una giovane religiosa che capisce che è la chiave affettiva a poterla far entrare in contatto con Marie, conquistare la sua fiducia, e in seguito poterle insegnare pian piano – con il linguaggio dei segni – gesti, parole, nomi, sentimenti, l’amore di Dio. A far emergere in pieno la sua umanità tanto che, nel tempo, sarà addirittura lei a prendersi cura di altri esseri umani. Quella ragazza selvaggia non è stata “ammaestrata” per farla uscire dall’isolamento in cui era chiusa da sempre: è stata educata, con amore. Per Marguerite, poi, Marie è la strada per vivere pienamente la sua vocazione e il suo amore per Dio. Ancora più straordinaria è la prova dell’esordiente Ariana Rivoire, davvero affetta da sordità e “scovata” in un istituto di cura (come altri attori non udenti, utilizzati in ruoli minori): un’interpretazione maiuscola e non scontata – recitare non lo è mai – per la “somiglianza” della sua condizione.

Film d’altri tempi, Marie Heurtin a tratti sembra un’opera teatrale, con tre atti ben distinti. Ma è anche un esempio di ottimo cinema, rarefatto e curato (a partire dall’eccezionale fotografia): un tempo sarebbe stata un’opera semplice e popolare, oggi purtroppo diventa un piccolo film visto da pochi. Ma al tempo stesso capace di soddisfare chi si accosta ad esso con curiosità o comunque senza pregiudizi. E che ne ricaverà parecchio, dal punto di vista estetico e anche emotivo: commuoversi, in certi momenti, non è affatto esagerato.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...