Maria per Roma

Maria per Roma

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Maria, aspirante attrice, per lavoro porta turisti in arrivo a Roma nella casa affittata per i giorni di vacanza nella Capitale…

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Maria per lavoro porta turisti in arrivo a Roma nella casa affittata per i giorni di vacanza nella Capitale. Li accoglie, li porta a destinazione, mostra l’appartamento, talvolta porta le valigie di qualche furbacchione le cui tradizioni impediscono ogni sforzo, e qualche altra deve discutere o litigare con chi ha rimostranze verso la sua agenzia (non il massimo della professionalità, c’è da dire). Ma il suo sogno è fare l’attrice, tra esperienze teatrali minori e provini. Di casa in casa, di appuntamento in appuntamento, di provino in provino, si dipanano giornate vorticose alla ricerca della “svolta”, magari a una festa in cui si arriva con la speranza di acchiappare quella parte da protagonista sempre sognata. Ma che ovviamente non arriverà mai.

Maria per Roma è un film romano che più romano non si può. Il debutto alla regia dell’attrice Karen Di Porto è infatti un omaggio alla sua “grande bellezza” senza lontanamente avvicinarsi – né volerlo fare – non solo alla complessità del film di Sorrentino di cui si prende spunto solo dagli aspetti di superficie (umani e “turistici”: «Roma, dove guardi guardi, è tutto bello»), ma anche a film apparentemente altrettanto esili ma molto più “necessari” come potevano essere i primi film di Nanni Moretti. In queste vite precarie ci potrebbe essere qualcosa dei personaggi di Ecce bombo, aggiornati ai nostri tempi, ma solo come fotografia sfocata: senza alcuna capacità di lettura in profondità di un disagio e una fragilità esistenziale che forse vorrebbe far sorridere e invece infastidisce non poco. Peraltro, Maria per Roma (espressione gergale che vuol dire, più o meno, andare in giro cercando inutilmente qualcosa: perdendo tempo insomma) è uno di quei film che punta sugli aspetti della romanità più stereotipati, convinti che facciano simpatia, ma che ormai tendono a irritare sempre più abitanti della Capitale. Figuriamoci altrove.

La protagonista, modesta dietro la macchina da presa, come attrice non è nemmeno male, al contrario di altri comprimari al di sotto di un livello minimo di decoro (l’attore che interpreta il suo capo, per dire). La narrazione è farraginosa ed esile, e non bastano gli inserti onirici sul papà scomparso e mitizzato per innalzare il livello. Qualche momento discretamente buffo non salva un film davvero parecchio modesto, tra personaggi di bislacca umanità (in mezzo ai noti “centurioni”, c’è pure un amico attore che “interpreta” Gesù per le foto con i turisti…), scene buttate lì e ambizioni non adeguate ai mezzi.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...