Manuel

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Un diciottenne, che esce da una casa-famiglia, deve decidere se prendersi cura della madre carcerata, per farla passare agli arresti domiciliari

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Diventato maggiorenne, Manuel può uscire dal centro per ragazzi che l’ha ospitato per alcuni anni. L’esperienza gli ha fatto bene, lo ha reso più uomo, ma lui ormai insofferente (si sente costantemente soffocato) non vede l’ora di andarsene da quella casa-famiglia. È l’ora di crescere e di prendersi nuove e gravose responsabilità: come quella di garantire per la madre, carcerata in attesa degli arresti domiciliari: lui, giovanissimo e fragile sotto la scorza da duro, deve dimostrare di potercela fare per permetterle di uscire di prigione. Manuel si fa forza, risponde all’avvocato e ancor più all’assistente sociale che lo torchia per vedere se “regge” («Pensa di essere un’occasione per sua madre?», «No, penso di essere suo figlio, che è diverso…»), ma dentro di sé aumentano dubbi e paure di fronte a un compito più grande di lui.

L’opera prima di Dario Albertini – dopo alcuni documentari (fra cui quello sulla Repubblica dei Ragazzi, una struttura che a Civitavecchia dal 1945 ospita minorenni disagiati senza una famiglia, base di partenza per questo film – è un concentrato di durezza e tenerezza al tempo stesso, che a tratti ricorda il recente Fiore di Claudio Giovannesi. Manuel, interpretato da un bravissimo Andrea Lattanzi, è un ragazzone che sente di essere più maturo della sua età, per le esperienze fatte (l’assenza di un padre, la madre in galera, gli anni nell’istituto) ma tiene tutto dentro. Pronto a intenerirsi con chi lo tratta con gentilezza (il giardiniere del centro – un bellissimo cameo del grande Renato Scarpa – emozionato per vederlo andare verso la vita “di fuori”, lui che è stato per sua scelta tutta l’esistenza dentro l’istituto; il sacerdote che lo saluta con affetto e si dice sempre disponibile per lui; la ragazza incontrata per caso, che si divide tra volontariato e teatro e che lo affascina), come a lasciarsi trascinare su strade senza prospettiva da altri (l’amico che vorrebbe coinvolgerlo in loschi traffici, l’uomo che era stato da giovane in istituto che, pensando di fargli un favore, lo porta controvoglia da una prostituta).

Manuel è dunque un film sicuramente non privo di momenti e spunti interessanti (ancor più quando alle parole, si sostituiscono i silenzi e l’osservazione dei luoghi, ora squallidi ora poetici, sempre con Manuel in primo piano: i casermoni di periferia, la spiaggia al crepuscolo…). Non aiuta però – ed è questo il difetto maggiore, oltre a un’aria in parte di “già visto” (per ambienti, minimalismo, linguaggio romanesco condito dalle consuete espressioni) – un passo narrativo a tratti greve, che lo appesantisce e non coinvolge del tutto lo spettatore (come invece riusciva a fare Fiore, per esempio). Ma le qualità positive prevalgono, considerando la prova d’esordio. E ci fanno propendere per consigliare il film, quanto meno a chi ha la curiosità di andare a scoprire un nuovo talento alla regia e soprattutto un nuovo volto del cinema italiano.

Antonio Autieri