Manta Ray

Manta Ray

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Un pescatore thailandese trova in un bosco un corpo di un uomo quasi senza vita, cui presta soccorso e cure

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Nelle acque thailandesi, lontano dalle spiagge luccicanti e dalla natura accattivante, ci sono villaggi di pescatori, dalla sabbia sporca di detriti dove le barche, grandi e piccole, sostano dopo aver trovato il pesce che garantisce la propria e altrui sopravvivenza. E in quel mare profondo, sempre blu, ci sono le mante, che si muovono nelle acque come se le stessero sfiorando. Rappresentano la leggerezza, la volubilità e l’essenzialità. Però navigano in quel mare, dove hanno perso la vita i Rohingya, l’etnia musulmana che, per sopravvivere allo sterminio, dalla Birmania è fuggita per poter sopravvivere almeno nel vicino Bangladesh. Manta Ray (il titolo del film prende il nome da quella specie di manta dai colori bianchi) è un folgorante esordio del regista thailandese Phuttiphong Aroonpheng che, a un anno di distanza dalla vittoria come miglior film di Orizzonti alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia 2018, finalmente esce in sala.

Protagonista è un pescatore, di cui non sapremo mai il nome (come non lo sapremo di nessuno dei protagonisti, eccetto uno) che di giorno lavora nelle acque del suo villaggio e di notte raccoglie pietre preziose in un bosco. Lo fa ricoperto di luci policrome, che risplendono nel cuore della notte, perché le luci – secondo una leggenda – convincono le pietre a farsi trovare.

Ma un giorno il pescatore troverà un uomo, con una grande ferita sul petto. Non ha dubbi il pescatore. Lo prende con sé, lo porta a casa sua, lo cura. E gli dà un nome: Bird Thongchai, che in Thailandia è il nome di un famoso cantante. Thongchai non parla, non capisce il pescatore, ma si fida di lui, delle medicine che gli compra; e, quando inizia a essere autonomo, impara il mestiere del pescatore, fino a saper guidare una moto, a immergersi nelle acque. Tra di loro nasce una simbiosi fortissima.

Questo film, diretto da un esordiente ma girato come un film maturo, manifesta sin dalla prima inquadratura la promessa di raccontare una storia originale, per niente banale o retorica. Non è infatti un lungometraggio storico in cui si mette al centro il dramma del genocidio del terzo millennio, quello dei Rohingya poco difesi dal governo birmano, considerati spesso (per la violenza di alcuni) un’etnia da espatriare in Bangladesh. Manta Ray é una storia di un’amicizia, che richiama, per tutto il primo tempo, la parabola del buon samaritano. Solo che poi qualcosa accade, e il pescatore scompare improvvisamente. Forse lì il film perde la sua carica iniziale, ma non viene meno la forza di personaggi che manifestano, nelle loro azioni e nei loro silenzi, una storia di cui prima o poi vorremmo conoscere il finale.

Il regista osserva, manifesta, cela, qualche volta si perde nella trama, ma alla fine tutto torna alla forza iniziale di Manta Ray e di quelle inquadrature così chiare, così profonde, così metaforiche che non solo pongono domande, soprattutto sul finale, ma mettono lo spettatore al centro di questo bellissimo film, mai cervellotico, che segna l’arrivo di un nuovo cineasta.

Emanuela Genovese