Manchester by the Sea

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Manchester by the Sea

Alla morte di suo fratello, un idraulico asociale e scontroso torna dopo anni nella propria città natale e scopre di essere stato nominato tutore del nipote adolescente.

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Diversi (anti)eroi dei film candidati agli Oscar 2017 sono uomini introversi che sembrano costantemente impegnati a trattenere dentro sé un vulcano di emozioni: dal Sebastian di La La Land, ritratto con misurata pacatezza dal sempre ottimo Ryan Gosling, al tormentato Chiron protagonista di Moonlight.

Il Lee Chandler di Casey Affleck è l’estremo di questo paradigma, un vero e proprio misantropo che non compie neanche uno sforzo per socializzare con chi si accosta a lui. A Manchester-by-the-Sea, borgo marinaro nel Massachussets nonché sua città d’origine, lui è “quel” Lee Chandler, un nome che si sussurra con un po’ di sgomento, come se chi lo possiede fosse appena tornato dall’oltretomba. E invece Lee proviene da Boston, la capitale, a un’ora e mezza di distanza dalla ben più piccola e ben meno nota cittadina: lì vive da diverso tempo in un monolocale che somiglia più a una stanza singola, svolgendo senza grande entusiasmo il lavoro di idraulico. È quando lo informano che suo fratello maggiore è deceduto che Lee si vede costretto a ritornare a Manchester-by-the-Sea, il luogo dove ha lasciato il proprio passato. La scoperta di esser stato scelto dal defunto Joe come tutore per il proprio figlio sedicenne ostacola il suo proposito di fermarsi solo pochi giorni.

In una vicenda umana che vede alternarsi (a volte mescolarsi) in modo totalmente imprevisto lacrime e risate in egual misura, uno straordinario Casey Affleck tratteggia il carattere complesso di un uomo mediocre della classe operaia, senza arte né parte, che si ritrova a seppellire sotto una corazza di ghiaccio un dolore più grande di lui. Già apprezzabile in diversi titoli (come il sottovalutato Gone baby gone e L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford) ma spesso ancora etichettato come “il fratello meno famoso di Ben Affleck” (oltre che poco amato a Hollywood per certe accuse di molestie), Casey ha un viso da ragazzino e lineamenti fin troppo regolari che al di fuori delle produzioni indipendenti lo hanno sempre reso più adatto a ruoli di contorno che non da protagonista. Manchester by the Sea gli dà finalmente l’opportunità di sfruttare il suo talento a tutto tondo: con un’interpretazione mai sopra le righe, Affleck incarna il dramma della provincia americana che qui gli fa da sfondo, idealmente sospinta verso il futuro come le barche che prendono il largo, ma di fatto ancorata a un passato da cui sembra impossibile fuggire. E il racconto del passato di Lee ci è tramandato attraverso un graduale (e delicatissimo, commovente) svelamento, fatto di occasionali flashback di vita quotidiana, che come in un puzzle ricostruiscono i ricordi di una vita andata in frantumi.

A supportare la prova di Casey Affleck, degni comprimari quali il giovane Lucas Hedges nella parte del nipote Patrick e Michelle Williams in quella dell’ex moglie Randi, oltre che una toccante colonna sonora in cui i pezzi originali di Lesley Barber convivono con brani di musica classica, dando voce ai sentimenti inesprimibili del protagonista. Manchester by the Sea non è la classica storia hollywoodiana di un eroico riscatto: è una storia che parla della reale inadeguatezza umana di fronte alle sfide insormontabili che a volte, in modo crudelmente improvviso e incomprensibile, la vita presenta. Piccoli uomini con piccole ambizioni e piccole risorse (“gente comune”, per citare il celebre film di Redford che con questo ha alcuni punti di contatto) rispondono a queste sfide come possono.

Maria Triberti

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