Mal di pietre

Mal di pietre

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Una donna ribelle e impulsiva, in cerca del grande amore, è costretta a sposare un uomo che non ama. Ma si innamora poi di un giovane militare.

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Gabrielle (Marion Cotillard) è nata e cresciuta nella Provenza degli anni 50, figlia di una famiglia di proprietari terrieri. È una ragazza impulsiva, ribelle, in cerca di passioni sentimentali vere che il contesto sociale e la famiglia le impediscono di vivere. I suoi atteggiamenti destano scandalo e quindi la madre decide di farla sposare a José (Alex Brendemuhl), un muratore catalano scappato dalla Spagna franchista che lavora nei loro possedimenti. Un matrimonio combinato e imposto, destinato all’infelicità dei due coniugi. Gabrielle soffre anche di calcoli ai reni (il mal di pietre del titolo) e per questo viene mandata in un sanatorio. Nella casa di cura tra le montagne, incontra André Sauvage (Louis Garrel), un militare reduce dalla guerra di Indocina e molto debilitato di cui si innamora follemente; sarà con lui che, per la prima volta, si sentirà viva. Ritornata, dopo le cure, alla sua vita di sposa e futura madre, inizia a tempestare di lettere piene d’amore André il quale però, malgrado le promesse, non le risponderà mai, gettandola nello sconforto e costringendola ad accettare la sua vita…

La regista francese Nicole Garcia riprende il romanzo omonimo della scrittrice italiana Milena Agus ma ne cambia totalmente ambientazione, trasferendo la scena dalla Sardegna alla Francia. Quello della Garcia è un melò drammatico che appassionerà gli amanti del genere, ma farà storcere il naso a chi non ama questo tipo di storie e di atmosfere. Anche al festival di Cannes 2016, dove fu presentato in anteprima, suscitò alcune perplessità tra i critici. Il film è costruito come un lungo flashback. Nelle prime scene, infatti, vediamo Gabrielle lasciare marito e figlio a un concerto a Lione ed entrare nel portone dove abita Sauvage in cerca di quelle risposte mai avute in quindici anni… Mal di pietre si regge sulla bravura di Marion Cotillard, convincente nei panni di questa donna ribelle, alla ricerca di una propria identità e affermazione nei sentimenti; cosa non concessa nella Francia di quegli anni. Colpisce anche il personaggio di José, perfetto contraltare di Gabrielle: se una è scontrosa, pronta a ferire anche con le parole e profondamente fragile, l’altro è tranquillo, taciturno e forte, tanto da riuscire a sopportare anche la durezza della moglie. Più volte lo spettatore si chiede: ma che cosa tiene José legato a Gabrielle? Perché non la lascia visto il disinteresse che lei nutre nei suoi confronti? Certo, c’è un figlio da crescere con cui la donna, però, ha un rapporto molto freddo (come quello che la madre ha avuto con lei). José, inoltre, conosce una verità sconvolgente che decide di non rivelare alla moglie fino alla fine per non farla soffrire e per “vederla vivere”. Ecco, se il cuore del film è l’amour fou, la passione intensa e totalizzante di Gabrielle per André, alla fine è un altro tipo di amore quello che rimane: quello taciturno e altruista di José, che può essere un’ancora di salvezza.

Stefano Radice

 

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